Milano, per Claudio Amendola, non è soltanto un set o una tappa di lavoro: è una città frequentata da sempre, attraversata da ricordi di famiglia, cinema, teatri, ristoranti e strade vissute in stagioni diverse della vita. E in questo martedì di fine giugno, quando la città entra pienamente nel ritmo dell’estate tra serate all’aperto, cene più lunghe e un centro che si svuota solo in parte, il suo sguardo restituisce una Milano concreta, affettuosa e anche ruvida.
L’attore romano racconta di averla conosciuta da bambino, quando arrivava con la madre. Negli anni Settanta la ricordava avvolta da una nebbia oggi quasi scomparsa, scenario di una città più silenziosa e forse più misteriosa. Poi Milano è tornata nella sua vita da adulto, per i lavori in televisione e al cinema, fino a diventare un luogo di passaggio continuo e, oggi, anche un indirizzo stabile del quotidiano: il ristorante che ha aperto in zona Porta Venezia, dove nei fine settimana fa spesso da padrone di casa.
È un dettaglio che dice molto della Milano di oggi, soprattutto d’estate: una città che vive di quartieri, tavoli all’aperto, locali pieni fino a tardi e piccoli riti urbani che sostituiscono, per chi resta, le vacanze più tradizionali. Porta Venezia, con il suo mix di residenti, lavoratori, turisti e nottambuli, è uno dei punti in cui questa energia si sente di più. E non stupisce che proprio lì Amendola abbia trovato un suo punto d’appoggio.
Nel suo personale album milanese, però, non c’è solo la convivialità. Tra i luoghi che considera più belli cita la Scala, legata a ricordi preziosi di famiglia e a un’educazione sentimentale fatta anche di musica e grande arte. C’è poi San Siro, che per lui conserva un fascino particolare, anche da tifoso abituato a seguire il calcio da romano e in trasferta. Due simboli molto diversi, ma entrambi capaci di raccontare la città come capitale culturale e sportiva, in cui il prestigio dei luoghi convive con la passione popolare.
Come spesso accade quando si chiede a chi Milano la vive davvero, però, l’elogio si accompagna alle critiche. Amendola segnala il fastidio per la maleducazione diffusa e per una tensione urbana che, in alcune ore, si percepisce con forza. Un tema che chi abita o frequenta la città conosce bene, soprattutto nei mesi caldi, quando il traffico cambia, le strade si affollano di sera e i quartieri centrali si mescolano a chi rientra tardi dal lavoro, a chi cerca un locale e a chi si muove con più leggerezza nei weekend estivi.
Non manca una nota sulle trasformazioni della mobilità, con il dibattito che da anni accompagna piste ciclabili, taxi, auto e nuove abitudini di spostamento. È uno dei nodi più milanesi che ci siano: una città che prova a essere più sostenibile, ma che continua a dividere quando si parla di spazio pubblico, tempi di percorrenza e convivenza tra mezzi diversi. In estate, quando le giornate sono lunghe e molti scelgono la bici o i mezzi per raggiungere i locali serali, la questione torna ancora più visibile.
Tra i ricordi più vivi, Amendola conserva quello della Milano meno patinata incontrata alla fine degli anni Ottanta, quando si muoveva tra periferie e set. Un’immagine lontana dalla Milano scintillante delle passerelle e dei grandi eventi, ma altrettanto autentica. Ed è proprio questo doppio registro — glamour e quotidiano, centro e margini, memoria e presente — a rendere interessante il suo rapporto con la città.
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