In una Milano che in questi giorni vive il ritmo tipico di fine giugno — uffici che rallentano, weekend allungati verso le vacanze, serate all’aperto tra Navigli, parchi e locali — il tema dell’attrattività economica torna al centro del dibattito con un messaggio chiaro: non basta misurare la crescita solo attraverso il Pil.

È il senso richiamato da Giorgio Maria Bergesio, vicepresidente della IX Commissione del Senato, che intervenendo alla presentazione delle evidenze di metà edizione 2026 del Global Attractiveness Index ha sottolineato come la capacità di un Paese di attirare investimenti, competenze e iniziative dall’esterno abbia effetti che vanno oltre i numeri macroeconomici. In questa lettura, la competitività diventa anche un fattore di tenuta sociale: più opportunità per le imprese, più solidità per i salari, maggiore stabilità per le famiglie.

Il ragionamento parla da vicino a Milano e al suo hinterland, dove l’attrattività è un tema quotidiano. Qui si concentrano sedi di grandi gruppi, servizi avanzati, università, filiere della moda, del design e della logistica, ma anche un tessuto di piccole e medie imprese che vive di relazioni internazionali. Ogni nuovo investimento, ogni progetto di ricerca, ogni attività legata al turismo o agli eventi ha ricadute che si riflettono sul lavoro, sul commercio di prossimità e sulla qualità della vita urbana.

In estate questo legame appare ancora più evidente. La città accoglie visitatori, professionisti in trasferta, studenti stranieri e lavoratori che restano attivi anche nel periodo più caldo dell’anno. L’attrattività non riguarda soltanto i grandi numeri dell’economia, ma anche la capacità di rendere Milano e la Lombardia luoghi sostenibili in cui vivere e lavorare: trasporti efficienti, servizi accessibili, spazi pubblici curati, sicurezza percepita e occasioni di mobilità internazionale.

Per le famiglie, il punto non è astratto. Quando il sistema economico cresce in modo stabile, aumentano le possibilità di occupazione qualificata, si rafforza la filiera dei consumi e si crea un contesto più favorevole a programmare il futuro. È un tema che tocca chi abita in città e chi arriva dall’hinterland per lavorare, studiare o portare avanti un’attività. In un’area metropolitana complessa come quella milanese, l’effetto combinato di produttività e attrazione di capitali incide anche sul costo della vita, sulla domanda di servizi e sulla capacità delle imprese di assumere.

La discussione sull’attrattività del Paese si intreccia inoltre con una fase in cui il sistema produttivo è chiamato a conciliare crescita e sostenibilità. Milano, che spesso anticipa tendenze nazionali, vede già questo equilibrio nelle scelte di molte aziende: investimenti in innovazione, attenzione all’efficienza energetica, welfare aziendale e modelli di lavoro più flessibili. Elementi che, secondo questa impostazione, non rappresentano solo un vantaggio competitivo, ma anche un presidio di benessere per chi lavora e per chi vive nel territorio.

In prospettiva, il messaggio che arriva dal Senato è semplice: attrarre risorse e competenze significa rafforzare l’economia reale, ma anche la tenuta del tessuto sociale. Ed è proprio su questo terreno che Milano misura da tempo la propria vocazione, tra capacità di fare impresa, apertura internazionale e ricerca di un equilibrio sempre più delicato tra crescita e qualità della vita.

Per approfondire: ADNKRONOS Economia