Nel pieno dell’estate milanese, tra uffici che rallentano e serate vissute all’aperto, il tema dell’energia dei computer torna al centro con una promessa ambiziosa: usare la luce per spingere oltre i limiti dei chip tradizionali. È l’idea rilanciata da Pat Gelsinger, ex ceo di Intel, che punta su una nuova generazione di calcolo capace di sostenere l’evoluzione dell’intelligenza artificiale.

Il punto di partenza è semplice da spiegare, anche se tecnologicamente complesso: per anni l’informatica ha seguito la cosiddetta legge di Moore, secondo cui la densità dei transistor nei chip cresceva in modo regolare, aumentando potenza e prestazioni. Oggi però quella corsa si è fatta più difficile. I processori moderni consumano molta energia, scaldano di più e richiedono soluzioni sempre più sofisticate per continuare a migliorare.

Da qui l’interesse per la fotonica, cioè per sistemi che sfruttano fasci di luce al posto o a fianco degli elettroni. L’obiettivo è trasportare e gestire dati in modo più veloce ed efficiente, riducendo in parte il consumo energetico. Per un settore che alimenta server, data center e piattaforme di IA, il tema non è solo teorico: riguarda costi, sostenibilità e capacità di reggere la domanda crescente di calcolo.

In una città come Milano, dove il digitale attraversa finanza, logistica, design, retail e servizi, queste innovazioni hanno un riflesso concreto. Più potenza significa algoritmi più rapidi, assistenti intelligenti più fluidi, sistemi di analisi dati più precisi. Ma significa anche infrastrutture più grandi e assetate di elettricità, un nodo sempre più rilevante mentre imprese e pubbliche amministrazioni cercano di conciliare innovazione e sostenibilità.

La spinta verso la luce si inserisce infatti in un dibattito più ampio: l’IA continua a crescere, ma non può farlo indefinitamente con gli stessi paradigmi hardware. Le grandi aziende tecnologiche stanno esplorando strade diverse, dalla progettazione di chip specializzati alla gestione avanzata dei carichi di lavoro, fino appunto all’uso della fotonica per accelerare alcuni passaggi chiave del calcolo.

Per il pubblico non tecnico, la prospettiva più interessante è questa: il futuro dell’IA potrebbe dipendere non solo da modelli sempre più grandi, ma anche da hardware radicalmente diverso. Non basta scrivere software più intelligente, serve una base fisica capace di sostenerlo. Ed è qui che l’idea di “riaccendere” la legge di Moore con la luce diventa affascinante.

Il messaggio, in sostanza, è che la prossima svolta potrebbe non arrivare da un chip più piccolo, ma da un modo nuovo di far viaggiare le informazioni. Se la ricerca riuscirà a trasformare questa intuizione in prodotti affidabili e scalabili, il settore potrebbe guadagnare un nuovo margine di crescita proprio mentre la domanda globale di potenza di calcolo continua a salire.

Per Milano, che in estate vive tra smart working, turismo e una rete sempre più digitale di servizi e mobilità, è un altro segnale di quanto l’innovazione hardware resti decisiva. Dietro ogni applicazione di IA, in fondo, c’è sempre una domanda molto concreta: quanta energia serve per farla funzionare davvero?