Nel pieno del rientro di settembre, tra agende che si riempiono di colloqui, candidature e nuovi progetti, l’intelligenza artificiale sta cambiando anche il modo in cui si cerca lavoro. A Milano, dove il mercato resta rapido e competitivo, molti candidati usano strumenti generativi per scrivere curriculum, lettere di presentazione e risposte ai test preliminari. L’idea è semplice: velocizzare tutto e aumentare le probabilità di essere notati.
Il risultato, però, è meno lineare di quanto sembri. Più i candidati affidano all’AI la propria candidatura, più le aziende si difendono con altri software, pensati per filtrare, ordinare e riconoscere contenuti standardizzati. Così il processo rischia di trasformarsi in una rincorsa continua tra chi genera testi più convincenti e chi prova a smascherarli. Un meccanismo che, invece di semplificare, finisce per appesantire l’intero sistema.
Per chi cerca lavoro a Milano, soprattutto in settori come tecnologia, marketing, servizi e consulenza, il problema non è solo tecnico. È anche reputazionale. Un curriculum scritto in modo troppo generico o una lettera di presentazione che suona artificiale possono far perdere credibilità proprio quando bisogna distinguersi in poche righe. E se tutti usano gli stessi strumenti per apparire originali, il risultato è paradossale: le candidature si assomigliano sempre di più.
Le imprese, dal canto loro, ricevono spesso decine o centinaia di risposte molto simili tra loro. Per questo si affidano a sistemi di preselezione che cercano parole chiave, coerenza del profilo e segnali di autenticità. Ma anche questi strumenti non sono infallibili. Quando il filtro diventa troppo rigido, rischia di penalizzare profili validi; quando è troppo permissivo, torna a crescere il rumore di fondo. È un equilibrio fragile, soprattutto in un mercato urbano come quello milanese, dove velocità e volume contano quanto le competenze.
Il paradosso della candidatura assistita
L’uso dell’AI nella ricerca di lavoro nasce spesso da una necessità concreta: risparmiare tempo. Chi sta inviando candidature dopo una giornata in ufficio, o tra un treno pendolare e una riunione, cerca un modo per produrre più versioni dello stesso profilo senza ricominciare ogni volta da capo. Ma quando l’assistente digitale prende troppo spazio, il messaggio personale si indebolisce. E in un colloquio, ciò che fa la differenza resta ancora la capacità di raccontare in modo credibile esperienza, motivazioni e obiettivi.
Il punto, quindi, non è se usare o no l’intelligenza artificiale, ma come usarla. In molte situazioni può essere utile per correggere il linguaggio, sintetizzare esperienze o adattare una candidatura a un annuncio specifico. Diventa invece controproducente quando sostituisce del tutto il lavoro umano, producendo testi impeccabili ma vuoti, uguali a molti altri e poco aderenti alla realtà del candidato.
Questo tema pesa anche sul weekend alle porte. Molti professionisti milanesi approfitteranno dei prossimi giorni per aggiornare il profilo, sistemare il portfolio o prepararsi alle selezioni della nuova stagione lavorativa. È proprio qui che la differenza può essere decisiva: usare l’AI come supporto, non come scorciatoia. Perché nel mercato del lavoro di oggi, più che sembrare perfetti, bisogna risultare credibili.
In prospettiva, la vera sfida non sarà eliminare gli strumenti generativi, ma costruire processi di selezione che sappiano leggere meglio le persone oltre gli automatismi. Se candidati e aziende continueranno a inseguirsi con strumenti sempre più simili, il rischio è quello di alimentare un loop infinito: candidature prodotte dalle macchine, filtrate dalle macchine e valutate con sempre meno spazio per la voce autentica di chi cerca un posto.