La vicenda delle presunte irregolarità nei rapporti tra arbitri e Var, finita al centro di un’inchiesta della procura di Monza, prende una direzione netta. Per i magistrati, infatti, non emergerebbero elementi sufficienti per parlare di frode: le contestazioni legate alle cosiddette “bussate” al Var andrebbero archiviate perché, secondo l’impostazione accusatoria, quelle segnalazioni avrebbero avuto semmai la funzione di correggere errori e non di alterare in modo illecito il risultato delle partite.
Nel fascicolo figurano l’ex designatore Gianluca Rocchi e altri tre indagati. La richiesta di archiviazione, emersa in queste ore, ridimensiona quindi l’ipotesi più grave che aveva accompagnato l’apertura dell’indagine e riporta il caso dentro un perimetro più strettamente sportivo che penale. In altre parole, l’attenzione della procura sembra concentrarsi sulla fisiologia di un sistema complesso, fatto di comunicazioni rapide, valutazioni in tempo reale e margini d’errore che nel calcio moderno possono pesare moltissimo.
Per chi segue il calcio da Milano e dall’hinterland, la vicenda si inserisce in un autunno già molto fitto di partite, trasferte e discussioni da bar, ma anche di un clima in cui il tema della tecnologia arbitrale continua a dividere. Il Var, nato per ridurre gli sbagli più evidenti, resta uno strumento che promette più trasparenza ma che, nella pratica, finisce spesso al centro di interpretazioni diverse: c’è chi ne chiede un uso più rigoroso e chi, al contrario, teme che una revisione troppo estesa finisca per spezzare il ritmo del gioco.
La richiesta dei pm monzesi non chiude per forza la discussione pubblica, ma segnala che l’impianto dell’accusa non avrebbe retto fino in fondo. È un passaggio importante anche sul piano simbolico, perché tocca un tema sensibile per tutto il movimento calcistico: fino a che punto una correzione arbitrale resta una normale gestione del campo e quando, invece, può trasformarsi in qualcosa di penalmente rilevante?
In questo periodo di rientro, mentre a Milano si torna tra scuole, uffici e spostamenti più intensi, il calcio continua a fare da sfondo alle conversazioni quotidiane. E casi come questo mostrano quanto l’attenzione dei tifosi non si concentri soltanto sul risultato, ma anche sulla credibilità delle decisioni che lo determinano. Le squadre, i tecnici e i sostenitori chiedono regole chiare; la giustizia ordinaria, però, interviene solo quando emergono elementi concreti di reato, non per valutare il merito sportivo delle decisioni.
Resta ora da capire quali saranno gli sviluppi formali della richiesta di archiviazione e se le difese degli indagati accoglieranno il passaggio come una conferma della propria posizione. Per il momento, la linea dei pm sembra andare in una direzione precisa: nessuna frode, nessun sistema illecito, ma semmai un insieme di errori corretti attraverso gli strumenti previsti dal regolamento.
Per approfondire: Repubblica Milano