Nel cuore di un’estate milanese segnata dal caldo e da una città che alterna serate all’aperto, traffico verso le partenze e quartieri che cambiano volto dopo il tramonto, arriva un nuovo capitolo nella vicenda del cosiddetto “bosco della droga” di Rogoredo. L’agente Carmelo Cinturrino, in servizio al commissariato di Mecenate, è stato destituito dalla polizia. Il provvedimento, disposto dal capo della Polizia Vittorio Pisani, arriva a valle delle contestazioni che lo riguardano, a partire dall’accusa di aver ucciso Mansouri e da altri arresti ritenuti irregolari.
La decisione ha un peso che va oltre il singolo caso disciplinare. Rogoredo è da anni uno dei luoghi più delicati della cronaca milanese: un’area di passaggio e di margine, frequentata da residenti, pendolari e persone in cerca di una via di fuga, dove il contrasto allo spaccio si è intrecciato più volte con indagini, controlli e interventi delle forze dell’ordine. In questo contesto, ogni sviluppo giudiziario o amministrativo torna a interrogare non solo il comportamento del singolo, ma anche i metodi usati in un territorio complesso, nel quale legalità e sicurezza sono temi quotidiani per chi vive in zona.
La destituzione rappresenta la misura più severa sul piano interno. In pratica, segna la rottura definitiva del rapporto con l’amministrazione di appartenenza e arriva quando le contestazioni vengono considerate incompatibili con il ruolo ricoperto. Nel caso di Cinturrino, il provvedimento si inserisce in una vicenda che ha già acceso l’attenzione sulla gestione degli arresti e sulla condotta contestata all’agente nell’ambito delle attività di polizia legate all’area di Rogoredo.
Per Milano, città che in queste settimane vive tra dehor pieni, concerti serali, navigli affollati e weekend che portano molti verso il lago o la montagna, la notizia richiama però anche un altro tema: la sicurezza non si misura soltanto nei grandi eventi o nei quartieri centrali, ma anche nelle periferie e nelle aree ferroviarie dove il disagio sociale resta più evidente. Rogoredo, in particolare, continua a essere un nome che riassume degrado, consumo di stupefacenti, presidio dello Stato e richiesta di controlli da parte dei cittadini.
Il caso riaccende così il dibattito sul confine tra contrasto al traffico di droga e rispetto rigoroso delle garanzie. In una città come Milano, dove la pressione sui servizi di sicurezza è alta e dove le operazioni antidroga sono spesso al centro dell’attenzione pubblica, episodi di questo tipo finiscono per incidere sulla fiducia verso le istituzioni. La rapidità e la durezza del provvedimento interno mostrano la volontà di marcare una linea netta, soprattutto quando le accuse toccano direttamente il rapporto tra potere, responsabilità e uso della forza.
Resta ora sullo sfondo il percorso giudiziario della vicenda, mentre sul piano amministrativo la destituzione chiude una pagina molto controversa. A Milano, intanto, il caso continua a pesare su una delle ferite urbane più note della città: un luogo che, nonostante gli sforzi di riqualificazione e presidio, resta simbolo di una cronaca difficile, in cui la lotta allo spaccio si intreccia con le questioni più delicate dell’ordine pubblico.
Per approfondire: Repubblica Milano, notizia originaria sul provvedimento disciplinare.