In un martedì di fine giugno, con Milano che alterna uffici semivuoti, città più vivibile nelle ore serali e primi rientri verso le vacanze, il tema della competitività torna a legarsi a una domanda molto concreta: dove si produce crescita, e con quali condizioni. Il Global Attractiveness Index 2026 richiama l’attenzione su un punto che per il sistema economico italiano, e milanese in particolare, è decisivo: non basta attrarre investimenti, bisogna anche trasformarli in produttività, innovazione e lavoro qualificato.
Il quadro che emerge a metà del percorso dell’indice va in questa direzione. Da un lato c’è il ruolo delle multinazionali, considerate una leva importante per alimentare ricerca e sviluppo, trasferimento di competenze e integrazione nelle catene globali del valore. Dall’altro c’è il capitale umano, cioè persone formate, università in grado di dialogare con le imprese, competenze aggiornate e capacità di trattenere talenti. Due fattori che, messi insieme, incidono sulla capacità di un Paese di restare attrattivo nel tempo e non solo nel breve periodo.
Per Milano il tema è particolarmente vicino alla realtà quotidiana. La città ospita una parte rilevante delle sedi italiane di grandi gruppi internazionali, oltre a campus universitari, poli dell’innovazione e un ecosistema di servizi avanzati che negli ultimi anni ha rafforzato il suo profilo europeo. In un contesto estivo in cui si parla molto di turismo, eventi all’aperto e mobilità sostenibile, l’attrattività economica resta però legata a fattori meno visibili ma fondamentali: infrastrutture efficienti, accesso a competenze tecniche, qualità della vita e capacità di offrire opportunità ai giovani laureati e ai profili specializzati.
L’indice, alla sua undicesima edizione, nasce proprio per offrire una lettura sistematica dell’appeal dei Paesi e delle condizioni che favoriscono gli investimenti. Nel tempo si è evoluto da semplice strumento di misurazione a piattaforma di analisi più ampia, pensata per aiutare decisori pubblici e privati a capire dove si concentrano i punti di forza e quali nodi frenano la crescita. È un passaggio importante perché oggi, in un’economia sempre più competitiva, l’attrattività non dipende soltanto da costi o incentivi, ma dalla qualità dell’intero ambiente produttivo.
Su questo fronte, il contributo delle imprese internazionali è considerato strategico non solo per gli investimenti diretti, ma anche per gli effetti sul tessuto locale: relazioni con fornitori, domanda di servizi qualificati, diffusione di pratiche manageriali e aumento dell’innovazione. Per un’area metropolitana come Milano e il suo hinterland, dove convivono grandi gruppi, PMI evolute e centri di ricerca, il tema riguarda anche la capacità di trattenere valore sul territorio invece di disperderlo lungo filiere troppo deboli o frammentate.
Accanto alle imprese, il capitale umano resta il vero snodo. Università, ITS, formazione continua e collaborazione tra mondo accademico e industria sono elementi che incidono sulla competitività tanto quanto la presenza di investitori esteri. In una fase in cui molte aziende cercano profili digitali, tecnici e scientifici, la disponibilità di competenze può fare la differenza nella scelta di localizzazione di nuovi progetti. Ecco perché la partita dell’attrattività non si gioca solo sulle scrivanie della finanza, ma anche nei laboratori, nelle aule e nei percorsi di inserimento professionale.
Il percorso del GAI 2026 si chiuderà a settembre, con la presentazione del rapporto finale a Cernobbio, in un appuntamento che da anni richiama l’attenzione sul rapporto tra sistema Paese e strategie competitive. Nel frattempo, le anticipazioni confermano una tendenza nota anche a Milano: per crescere davvero, l’Italia ha bisogno di consolidare un ecosistema capace di unire imprese globali, ricerca, competenze e qualità dell’ambiente economico.
Per approfondire: ADNKRONOS Economia