In un mercoledì di luglio segnato dal caldo e dalle partenze per le vacanze, Milano continua a guardare al digitale come a una leva di competitività. Ma il dibattito sull’intelligenza artificiale si fa sempre più politico, e non solo tecnologico: secondo una delle voci più autorevoli del settore, il rischio è che la competizione tra Stati stia spingendo l’IA verso uno scenario pericoloso.
Verity Harding, ex dirigente di DeepMind, ha letto nelle mosse e nella retorica dei governi una deriva che preoccupa molti osservatori: quando l’innovazione viene trattata soprattutto come una questione di potenza nazionale, sicurezza e supremazia strategica, la collaborazione internazionale lascia spazio alla logica della corsa. Ed è proprio in quel passaggio che, per chi studia i rischi dell’IA, potrebbe aprirsi la strada a conseguenze difficili da controllare.
Il tema non riguarda soltanto i grandi laboratori americani o le capitali della tecnologia. Anche a Milano, dove imprese, università, startup e pubbliche amministrazioni stanno sperimentando strumenti di automazione e assistenza intelligente, il punto centrale resta lo stesso: chi decide le regole e con quale priorità? Efficienza, velocità e vantaggio competitivo sono obiettivi comprensibili, ma non bastano da soli se mancano trasparenza, verifiche e una visione condivisa sugli usi ammessi.
Nel cuore dell’estate, mentre molti professionisti lavorano in modalità più flessibile tra ufficio, casa e trasferte, l’IA entra sempre più nelle attività quotidiane: dalla gestione dei testi all’analisi dei dati, dal servizio clienti alla pianificazione. Proprio questa diffusione rapida rende ancora più importante il nodo della governance. Se i sistemi diventano più potenti e più integrati nei processi produttivi, cresce anche il bisogno di limiti chiari, controlli indipendenti e standard comuni tra Paesi.
Harding, in sostanza, mette in discussione l’idea che il progresso tecnologico possa essere regolato solo dalla competizione tra blocchi geopolitici. Quando ogni governo considera l’IA come un asset da difendere in chiave nazionale, il rischio è di abbassare l’attenzione su temi decisivi come la sicurezza, l’impatto sul lavoro, la protezione dei dati e la possibilità che modelli sempre più avanzati vengano usati in modi non previsti.
Per Milano, città che punta molto su ricerca, impresa e attrazione di talenti, il messaggio è particolarmente rilevante. L’ecosistema locale vive di relazioni internazionali e di scambi continui con università e centri di innovazione europei: un clima di sfiducia globale non favorisce né gli investimenti né la costruzione di regole efficaci. Al contrario, rischia di rallentare proprio quella cooperazione che serve per rendere l’IA davvero utile e affidabile.
In questa fase, il punto non è fermare l’innovazione, ma evitare che la velocità diventi l’unico criterio. La discussione aperta da Harding ricorda che l’intelligenza artificiale non è soltanto una tecnologia da adottare più in fretta degli altri: è un’infrastruttura destinata a incidere su economia, società e sicurezza. E più la corsa si intensifica, più cresce il bisogno di una regia comune capace di evitare che il futuro digitale parta con il piede sbagliato.