In un’estate milanese fatta di uffici semivuoti, rientri a scaglioni e mail che si accumulano mentre la città si svuota per le vacanze, c’è un paradosso che riguarda sempre più persone in cerca di occupazione: candidarsi è diventato troppo facile. Talmente facile da aver perso, in molti casi, il suo valore informativo.
Tra pulsanti per l’invio rapido, profili già compilati e strumenti di intelligenza artificiale che aiutano a generare curriculum e lettere di presentazione in pochi secondi, il mercato del lavoro online si è trasformato in un flusso continuo di candidature. Ma questa apparente comodità ha un costo, che ricade sia su chi cerca un impiego sia su chi deve selezionare il personale.
Il problema non è solo la quantità. È la qualità del segnale che arriva ai recruiter. Quando candidarsi richiede pochissimo tempo, il numero di domande cresce rapidamente, ma non tutte raccontano un interesse reale per il ruolo. Per chi assume, soprattutto nelle realtà milanesi più piccole e dinamiche, distinguere tra candidature mirate e invii automatici diventa più difficile. E il rischio è che il processo si intasi proprio mentre le aziende chiedono velocità, precisione e competenze specifiche.
Milano, che vive di servizi, tecnologia, commercio e professioni altamente qualificate, conosce bene questo squilibrio. In una città dove l’innovazione è parte del linguaggio quotidiano e dove molti processi sono già digitalizzati, anche la ricerca di lavoro si è spostata su una logica da piattaforma. Il risultato è una dinamica quasi industriale: più candidati riescono a inviare domande in meno tempo, più aumenta il rumore di fondo. E più il rumore cresce, più è difficile emergere davvero.
Non si tratta di rimpiangere moduli cartacei o procedure lente per principio. Nessuno vuole tornare ai tempi in cui candidarsi era una piccola impresa burocratica. Ma un eccesso di immediatezza può produrre l’effetto opposto a quello desiderato. Se tutto è a portata di click, il processo perde selettività e chi si candida con attenzione rischia di essere confuso con chi invia il proprio profilo a raffica, senza leggere fino in fondo requisiti, sede, orari o livello di esperienza richiesto.
L’intelligenza artificiale accentua questa tendenza. Per molte persone in cerca di lavoro è uno strumento utile, perché aiuta a scrivere meglio e a adattare i contenuti a un’offerta specifica. Ma nelle mani sbagliate può anche trasformarsi in una scorciatoia per produrre candidature tutte uguali. E quando i profili arrivano in massa, con testi simili e parole chiave ottimizzate, diventa più complicato capire chi abbia davvero investito tempo per quel posto.
Paradossalmente, rendere più difficile candidarsi non significherebbe alzare barriere inutili. Vorrebbe dire introdurre passaggi che aiutino entrambe le parti: domande più mirate, campi da compilare meno generici, richieste che obblighino a dimostrare motivazione e competenze pertinenti. In altre parole, non meno accesso, ma più qualità nell’accesso.
Per una città come Milano, dove la concorrenza è alta e il mercato del lavoro è spesso rapido nel cambiare forma, questa può essere una lezione utile proprio in piena estate, quando molti riflettono su un cambio di passo in vista dell’autunno. Se cercare lavoro resta troppo semplice, il sistema produce più distorsioni che opportunità. E a pagare il prezzo sono tutti: chi assume, chi si candida e chi, in mezzo, cerca ancora un modo serio per farsi notare.