In un lunedì d’agosto come questo, con molti milanesi ancora in vacanza e altri già rientrati alla routine, il tema della tecnologia torna a intrecciarsi con la vita quotidiana in modo sempre più concreto. Non riguarda solo social network, studenti e famiglie: l’ondata dei deepfake sta entrando anche nelle scuole, colpendo docenti e personale scolastico con contenuti falsi, manipolati e spesso a sfondo sessualizzato.

La novità non è solo tecnica, ma sociale. Se fino a poco tempo fa il dibattito si concentrava soprattutto sugli adolescenti e sui rischi legati all’uso improprio delle immagini online, oggi emerge un problema più ampio: chi insegna può diventare bersaglio. E per molti insegnanti il danno non è soltanto reputazionale. C’è anche l’impatto emotivo di ritrovarsi esposti, senza consenso, in materiali creati con l’intelligenza artificiale e diffusi in rete in pochi minuti.

Il meccanismo è noto: basta una foto pubblica, una traccia video presa dai social o un’immagine circolata in contesti scolastici per alimentare software capaci di generare volti realistici e situazioni mai avvenute. Il risultato può essere estremamente credibile, soprattutto per chi osserva rapidamente da smartphone, magari tra una chat di classe e l’altra o durante una pausa in ufficio. Ed è proprio questa velocità a rendere il fenomeno così difficile da fermare.

Per gli insegnanti coinvolti, il primo ostacolo è capire come muoversi. Segnalare il contenuto alle piattaforme non sempre basta, perché i tempi di rimozione possono essere lunghi e i materiali possono già aver iniziato a circolare altrove. Denunciare, poi, non è sempre semplice: servono documentazione, pazienza e una rete di supporto che molte vittime non hanno subito a disposizione. Nel frattempo, il confine tra sfera privata e professionale si assottiglia, con conseguenze pesanti anche sul lavoro in aula.

Il caso dei deepfake nelle scuole mostra quanto la tecnologia stia cambiando il concetto stesso di fiducia digitale. Per anni ci si è abituati all’idea che un’immagine fosse una prova quasi immediata. Oggi non è più così. Una foto o un video non garantiscono più autenticità, e questo vale ancora di più quando il contenuto viene usato per umiliare, isolare o screditare una persona.

Per Milano, città che vive di innovazione, formazione e sperimentazione tecnologica, il tema è particolarmente rilevante. Le scuole, i licei, gli istituti tecnici e le università si trovano a dover educare non solo all’uso degli strumenti digitali, ma anche alla lettura critica dei contenuti. Serve una consapevolezza nuova: insegnare agli studenti che generare o condividere materiale falso non è un gioco, ma una forma di violenza digitale con effetti molto concreti.

Nel pieno dell’estate, mentre la città si muove tra ferie, serate all’aperto e rientri graduali, il rischio è che certe pratiche passino inosservate perché considerate lontane dalla vita reale. Invece il problema è proprio qui: l’intelligenza artificiale entra nelle relazioni quotidiane, nelle classi e nei corridoi virtuali frequentati da ragazzi e adulti. E quando a essere colpiti sono gli insegnanti, il danno investe l’intero patto educativo.

La lezione, per chi lavora nella scuola e per chi la frequenta, è chiara: non basta usare la tecnologia, bisogna anche saperla governare. E in un momento in cui la reputazione può essere compromessa da un contenuto creato in pochi secondi, la tutela delle persone deve diventare parte integrante dell’alfabetizzazione digitale.