La vicenda Menarini Bus torna a ricordare quanto sia fragile, in Italia e anche nell’area milanese, la filiera dell’automotive quando manca una strategia industriale di lungo periodo. In un lunedì di metà luglio, con molti lavoratori già proiettati tra turni, ferie e rientri, il tema pesa soprattutto perché riguarda un settore che non è fatto solo di fabbriche e commesse: intorno ci sono indotto, logistica, manutenzione, servizi e competenze che incidono anche sull’economia della Lombardia.
Il punto sollevato dalla Fiom è chiaro: non basta cambiare assetti proprietari o attendere nuove stagioni politiche per risolvere una crisi che si trascina da anni. Se la produzione di autobus non viene rilanciata in modo stabile, il rischio è quello di lasciare scoperti proprio i segmenti più esposti alla concorrenza internazionale e alle transizioni tecnologiche in corso. Ed è qui che si inserisce il dibattito sui player cinesi, sempre più presenti nei mercati industriali europei, e sulla necessità di una regia pubblica capace di orientare investimenti, tutela dell’occupazione e trasferimento di competenze.
Per Milano e per la sua area metropolitana il tema non è astratto. La città vive da anni una trasformazione della mobilità che passa da mezzi pubblici più efficienti, mezzi a basse emissioni e soluzioni integrate tra ferro, gomma e sharing. In questo contesto, la tenuta di una produzione nazionale di autobus avrebbe un valore strategico non solo industriale ma anche urbano: significa poter contare su una filiera più vicina, su manutenzioni più rapide, su competenze tecniche radicate e su una maggiore capacità di accompagnare la transizione ecologica senza dipendere interamente dall’estero.
La questione, però, va oltre il singolo caso aziendale. Nel comparto auto e veicoli industriali si intrecciano scelte europee, politiche energetiche, incentivi, ricerca sulle batterie, riconversione degli impianti e formazione del personale. Quando la produzione si indebolisce, a soffrirne sono soprattutto i territori dove l’industria ha generato occupazione qualificata e reddito diffuso. Anche nell’hinterland milanese, dove molte imprese lavorano come fornitori o subfornitori, la tenuta dei grandi cicli industriali resta decisiva per l’equilibrio economico complessivo.
La richiesta di una regia da parte del Governo nasce proprio da questa frammentazione. Secondo il sindacato, senza un indirizzo chiaro rischiano di prevalere decisioni dettate dall’emergenza, con interventi sporadici e insufficienti a costruire una prospettiva. Una politica industriale credibile dovrebbe invece mettere insieme salvaguardia dei posti di lavoro, difesa delle competenze e capacità di attrarre investimenti senza rinunciare al controllo sulle scelte strategiche.
In piena estate, mentre Milano rallenta e molti settori si regolano sui tempi delle vacanze, la crisi dell’automotive ricorda che ci sono dossier che non possono andare in pausa. La transizione verso un trasporto più pulito e moderno richiede mezzi, tecnologie e soprattutto una visione. E se l’Italia vuole restare competitiva, la sfida non è solo produrre di più, ma produrre meglio, in modo stabile e con una catena industriale che non si spezzi ai primi cambi di proprietà o di scenario internazionale.
Per approfondire: fonte originale Adnkronos