In un lunedì di metà luglio, mentre Milano vive il consueto mix di uffici semi-vuoti, partenze per le vacanze e serate all’aperto, il dibattito sull’intelligenza artificiale entra nel cuore dell’economia reale: chi controlla la capacità di calcolo controlla, in larga parte, la velocità con cui aziende, pubbliche amministrazioni e startup possono innovare.

È da questa premessa che prende forma la proposta rilanciata da Renato Brunetta e Mario Cerra: trattare la potenza di calcolo come una sorta di utility pubblica europea, un’infrastruttura strategica da garantire con regole comuni, accesso più equo e una governance condivisa. L’idea è ambiziosa e parla direttamente a una città come Milano, dove l’ecosistema digitale cresce tra imprese, università, centri di ricerca e servizi avanzati, ma deve fare i conti con costi elevati, competizione globale e dipendenza da piattaforme extraeuropee.

Il punto non è solo tecnologico, ma industriale. Se l’AI accelera la produttività, il rischio è che i benefici si concentrino nei soggetti più grandi e già attrezzati, lasciando indietro le realtà più piccole. Per questo nella proposta entrano anche elementi contrattuali e redistributivi: l’obiettivo è ragionare su strumenti che permettano di distribuire una parte dei guadagni di produttività generati dall’intelligenza artificiale, evitando che il salto di efficienza si traduca soltanto in maggiore concentrazione dei profitti.

Per il tessuto economico milanese il tema è tutt’altro che astratto. Nel capoluogo lombardo molte imprese stanno sperimentando applicazioni di AI nei servizi, nella logistica, nel design, nella finanza e nella manifattura avanzata. Ma la vera differenza, nei prossimi anni, potrebbe farla l’accesso a infrastrutture di calcolo affidabili e sostenibili, soprattutto per chi non dispone di risorse sufficienti per acquistare o affittare capacità computazionale su scala globale.

In questo quadro si inserisce anche il richiamo a un organismo europeo sul modello di grandi istituzioni scientifiche continentali. L’idea è costruire una struttura capace di coordinare investimenti, standard e accesso ai sistemi di calcolo, così da non lasciare l’Europa soltanto nel ruolo di utilizzatore finale delle tecnologie sviluppate altrove. È un passaggio rilevante anche per Milano, che punta a rafforzarsi come snodo dell’innovazione ma ha bisogno di una cornice europea solida per competere su ricerca e sviluppo.

Il nodo della sostenibilità non è secondario. I data center e i carichi di lavoro dell’AI richiedono energia, raffreddamento e reti efficienti. In piena estate, con i consumi che cambiano e la domanda di soluzioni più green sempre più evidente, il tema della potenza di calcolo si intreccia con quello della transizione energetica. Un’infrastruttura pubblica europea, nelle intenzioni dei promotori, dovrebbe anche puntare su efficienza e pianificazione, invece di moltiplicare strutture frammentate e ad alto impatto.

Per Milano, che guarda alla seconda metà dell’anno tra rilancio produttivo e nuovi investimenti, la discussione può diventare concreta in fretta. Le imprese cercano certezze su costi, accesso ai dati, regole e competenze. Se l’AI sarà davvero una leva di competitività, la partita non si giocherà solo sui modelli linguistici o sulle applicazioni più visibili, ma sulle infrastrutture che li rendono possibili. Ed è proprio qui che la proposta Brunetta-Cerra prova a spostare il baricentro: meno frammentazione, più coordinamento europeo, più capacità di trasformare l’innovazione in valore diffuso.

Per approfondire: fonte Adnkronos Economia, https://www.adnkronos.com/economia/ai-la-proposta-brunetta-cerra-la-potenza-di-calcolo-diventi-una-utility-pubblica-europea_7uzf4MNdVEcbwK9cZCKenU