Nell’autunno milanese, tra il rientro dalle ferie, le agende che tornano fitte e le giornate che si accorciano, c’è anche il tempo per fermarsi su un tema che riguarda da vicino l’informazione, e quindi il modo in cui leggiamo l’economia, la politica e la società. A vent’anni dalla scomparsa di Oriana Fallaci, Ferruccio de Bortoli ne rilancia un ritratto duro e insieme attualissimo: una giornalista capace di guardare il potere senza timore reverenziale e di trasformare un’intervista in un fatto pubblico.

Il punto non è solo commemorativo. In una stagione dominata da social network, contenuti rapidi e intelligenza artificiale, la figura della Fallaci torna come simbolo di un giornalismo che non si accontentava della superficie. Andava sul posto, osservava, ascoltava, incalzava. In altre parole, faceva quel lavoro che oggi, in un ecosistema informativo sempre più veloce, appare quasi controcorrente.

Secondo de Bortoli, la forza della scrittrice e reporter stava proprio nella capacità di cogliere in anticipo i nodi di un Occidente già attraversato da paure, conflitti culturali e crisi di identità. Un giudizio che oggi suona ancora più forte, perché si lega a un problema molto concreto: distinguere l’analisi dalla propaganda, il racconto dal rumore di fondo.

Per Milano, città che vive di lavoro, impresa, università e informazione professionale, questo tema è tutt’altro che astratto. Nel cuore dell’economia urbana contano la qualità dei dati, la credibilità delle fonti, la capacità di interpretare i segnali che arrivano dai mercati e dalle trasformazioni tecnologiche. Un giornalismo che si limita a inseguire l’algoritmo rischia di perdere il contatto con la realtà; uno che si misura con i fatti, invece, aiuta lettori e aziende a capire meglio il contesto.

È qui che la lezione di Fallaci torna utile anche a chi, a Milano, lavora nella comunicazione, nei media, nella consulenza e nei settori creativi. In un periodo in cui tutto sembra immediato, la ricchezza di un’inchiesta o di un’intervista ben costruita sta nel tempo investito per arrivare al punto. Non basta la velocità: serve visione. Non basta la sintesi: serve profondità.

De Bortoli, ricordando il suo incontro con la giornalista a New York nei primi anni Duemila, riporta al centro anche il rapporto tra personalità e mestiere. Fallaci non era accomodante, non cercava consenso, non edulcorava le sue posizioni. Per alcuni era scomoda, per altri indispensabile. Ma proprio questa radicalità la rende ancora oggi un riferimento per chi pensa che l’informazione debba disturbare quando è necessario, non compiacere per forza.

In un sabato di settembre, mentre molti milanesi alternano lavoro e tempo libero tra centro, quartieri e hinterland, il messaggio è semplice: il giornalismo resta utile quando sa porre domande vere. E le domande vere, nell’economia come nella società, sono quelle che mettono in discussione le certezze e costringono a guardare oltre la cronaca del giorno.

Per approfondire: Adnkronos Economia