Nel pieno dell’estate milanese, tra uffici che si svuotano, partenze per le vacanze e serate all’aperto, l’attenzione dell’economia continua a spostarsi anche verso settori meno visibili ma sempre più strategici. È il caso della underwater economy, la filiera legata alle attività subacquee, che secondo Assonautica non è più un’ipotesi da futuro remoto ma una componente industriale già presente e in espansione.

Il tema arriva da un rapporto nazionale presentato a Roma e rilanciato da Giovanni Acampora, presidente di Assonautica Italiana, che ha sottolineato come il comparto muova un volume d’affari di 3,5 miliardi di euro. Un dato che, al di là della cifra, fotografa un ecosistema fatto di imprese, tecnologie, servizi specializzati e competenze avanzate. In altre parole: non solo mare da vivere, ma mare da progettare, monitorare e proteggere.

Per Milano e il suo hinterland, apparentemente lontani dalla costa, questo ragionamento non è affatto marginale. La città è un nodo di servizi, innovazione, progettazione industriale e finanza: tutte attività che possono trovare spazio nella filiera dell’economia del mare, soprattutto quando si parla di sensoristica, robotica, manutenzione, ingegneria e tecnologie per la sicurezza. In un contesto come quello milanese, dove la manifattura ad alta specializzazione dialoga con università, startup e grandi gruppi, le opportunità legate al mare si leggono anche da terra.

La dimensione subacquea, infatti, riguarda diversi ambiti: infrastrutture portuali, cavi e condotte, energia, difesa, ricerca scientifica, monitoraggio ambientale e tutela delle coste. È un settore che richiede investimenti, ma anche una filiera di competenze molto ampia. E proprio qui si inserisce il valore economico del dossier presentato: mostrare che il mare non è soltanto turismo, trasporto o pesca, ma anche un pezzo della competitività nazionale da costruire con tecnologia e organizzazione.

In estate, quando Milano ragiona più spesso di mobilità verso le località balneari, vacanze e destinazioni di svago, il richiamo al mare può sembrare legato solo al tempo libero. Ma il punto centrale è un altro: il mare è un’infrastruttura economica. Le imprese che operano in questo comparto lavorano tutto l’anno, e spesso dietro le quinte, contribuendo alla sicurezza delle reti, alla sostenibilità dei sistemi marini e alla capacità del Paese di presidiare risorse e attività strategiche.

Per il capoluogo lombardo, che da sempre legge il proprio ruolo oltre i confini regionali, questo tipo di scenario è interessante anche in chiave di sviluppo. La combinazione tra ricerca applicata, servizi avanzati e know-how industriale può infatti rafforzare il posizionamento di Milano nelle filiere legate alla Blue Economy, soprattutto in un momento in cui la transizione energetica e la sostenibilità spingono verso nuove soluzioni per l’ambiente marino.

Il messaggio emerso dal rapporto è chiaro: l’underwater economy non è una nicchia per addetti ai lavori, ma un segmento capace di incidere su innovazione, autonomia strategica e sicurezza del Paese. E se il dibattito parte dal mare, le ricadute economiche possono estendersi ben oltre i porti, arrivando anche in città come Milano, dove si progettano tecnologie, si formano competenze e si costruiscono le reti d’impresa del futuro.

Per approfondire: Adnkronos Economia