In un’estate in cui Milano alterna uffici più vuoti, terrazze affollate e serate all’aperto, il tema del lavoro qualificato continua a restare al centro anche lontano dalla città. Il confronto promosso da Manageritalia in Puglia, Calabria e Basilicata riporta infatti l’attenzione su una questione decisiva per l’economia italiana: come passare dalla fuga dei cervelli alla costruzione di condizioni solide per farli restare, tornare o scegliere di investire nel Mezzogiorno.

Il punto non riguarda solo il Sud, ma l’intero sistema produttivo nazionale. Per Milano e la sua area metropolitana, dove si concentrano direzioni aziendali, servizi avanzati, finanza, consulenza e innovazione, la disponibilità di competenze è un fattore strategico quanto i trasporti o l’energia. Se una parte del Paese continua a perdere laureati, tecnici e profili manageriali, si allarga anche il divario tra i territori capaci di attrarre investimenti e quelli che faticano a trattenerli.

Il dibattito rilanciato a Matera mette in evidenza proprio questo passaggio: non basta più limitarsi a denunciare l’emigrazione dei giovani, bisogna costruire un ecosistema che renda conveniente restare. Per farlo servono imprese in grado di offrire percorsi di carriera credibili, università collegate al mercato del lavoro, istituzioni capaci di semplificare e una rete di servizi che renda più facile vivere e lavorare nei territori. È una sfida che tocca innovazione, formazione, mobilità e qualità della vita.

Nel lessico dell’economia contemporanea, trattenere talenti significa anche aumentare la competitività locale. Dove si concentrano competenze e relazioni, crescono produttività, capacità di esportare, attrazione di capitali e sviluppo di nuove filiere. Al contrario, quando i profili più preparati partono stabilmente, le imprese faticano a innovare e il tessuto economico perde energia. Per il Mezzogiorno, il tema è ancora più urgente perché si intreccia con l’invecchiamento della popolazione e con una domanda di lavoro spesso non allineata ai percorsi di studio.

La prospettiva proposta da Manageritalia va letta dunque come un invito a cambiare paradigma. Non più solo interventi emergenziali, ma una strategia di medio periodo capace di mettere insieme formazione, lavoro di qualità e sviluppo territoriale. In questa direzione, le città medie e i poli universitari possono diventare laboratori decisivi: più connessi ai distretti produttivi, più appetibili per chi cerca un futuro professionale senza rinunciare alla propria terra.

Per Milano il messaggio è tutt’altro che lontano. Anche qui, in un mercato competitivo e in continua trasformazione, la sfida è trattenere e attrarre competenze, soprattutto nei settori dove la domanda cresce più velocemente dell’offerta. Le imprese chiedono profili tecnici e manageriali sempre più specializzati, mentre i lavoratori cercano equilibrio, qualità della vita e possibilità di crescita. È la stessa partita, declinata su territori diversi.

In questo scenario, il confronto aperto tra manager, istituzioni, università e imprese appare come un tassello importante. Non risolve da solo il problema, ma indica una direzione: smettere di considerare la partenza dei giovani come un destino inevitabile e iniziare a costruire, anche nel Sud, le condizioni per un futuro professionale competitivo, stabile e attrattivo.

Per approfondire: ADNKRONOS Economia