Nel pieno dell’estate milanese, tra uffici che rallentano, clienti in partenza e conti da chiudere prima delle ferie, arriva un segnale che riguarda da vicino una parte importante dell’economia dei servizi. Il mondo dei commercialisti e degli studi fiscali italiani sta ancora facendo fatica a trasformare la consulenza in un pilastro vero del proprio business, mentre in Europa questo passaggio appare più maturo.

È il quadro che emerge da una ricerca di Wolters Kluwer Tax & Accounting, che fotografa un settore ormai chiamato a cambiare pelle. In Italia, la maggior parte degli studi offre già servizi di advisory e consulenza, ma una quota decisamente più contenuta li considera il cuore della propria attività. In altre parole, la consulenza c’è, ma non è ancora diventata il centro del modello professionale.

Il confronto con la media europea mette in evidenza il divario. Negli altri Paesi dell’Unione, la consulenza viene percepita più spesso come una leva strategica, non solo come un’estensione del lavoro tradizionale legato a fiscalità, bilanci e adempimenti. Per gli studi italiani, invece, il percorso verso un ruolo più consulenziale sembra procedere con più prudenza.

Il tema non riguarda soltanto la categoria, ma anche imprese e partite Iva, soprattutto in una piazza come Milano dove il tessuto produttivo è composto da società strutturate, professionisti, startup e attività internazionali. In questo contesto, il commercialista non è più solo il riferimento per scadenze e dichiarazioni, ma sempre più spesso un interlocutore per scelte di pianificazione, organizzazione e crescita.

La trasformazione è legata anche alle aspettative dei clienti. Le aziende chiedono assistenza su flussi di cassa, controllo di gestione, digitalizzazione, sostenibilità e gestione del personale, oltre che sulle questioni fiscali. Per gli studi professionali, questo significa ripensare competenze, processi e strumenti, con un peso crescente della tecnologia e dell’automazione nelle attività ripetitive.

In una fase in cui molte attività milanesi stanno lavorando con organici ridotti per effetto delle ferie estive, la capacità di offrire servizi ad alto valore aggiunto può diventare un vantaggio competitivo. Non si tratta solo di aumentare il fatturato, ma anche di rendere più efficiente il lavoro dello studio e di fidelizzare clienti che cercano un supporto continuo, non limitato agli obblighi fiscali.

Il cambiamento, però, non è immediato. Per molti professionisti italiani, il passaggio dalla funzione di controllo a quella di consulenza richiede investimenti, formazione e una diversa organizzazione interna. È una transizione che tocca il rapporto con il cliente, la gestione del tempo e la definizione stessa dell’identità dello studio.

Per Milano e il suo hinterland, dove il mercato dei servizi professionali è tra i più dinamici del Paese, questa evoluzione può rappresentare un’opportunità importante. Gli studi capaci di affiancare alle competenze tecniche una visione più ampia del business potrebbero intercettare meglio i bisogni di imprese, commercianti e lavoratori autonomi in una fase economica ancora segnata da incertezze e cambiamenti rapidi.

Per approfondire: https://www.adnkronos.com/economia/professioni-wolters-kluwer-commercialisti-ritardo-transizione-servizi-consulenza-rispetto-media-ue_6XW0lcIKCH0EgPlntZXReN