Nelle giornate calde di luglio, quando Milano si riempie di aperitivi all’aperto, cene in cortile e partenze verso il mare o la montagna, il cibo torna al centro non solo della vita quotidiana ma anche delle strategie economiche. Ed è proprio da questo intreccio tra gusto, identità e mercato che arriva un segnale interessante per la filiera italiana: negli Stati Uniti cresce l’attenzione verso il modello alimentare del nostro Paese.

Il tema emerge dalle considerazioni di Luigi Scordamaglia, amministratore delegato di Filiera Italia, rientrato dal Summer Fancy Food di New York, una delle vetrine più importanti per l’agroalimentare internazionale. Secondo la sua lettura, il successo dei prodotti italiani sul mercato americano non dipende soltanto dalla qualità percepita, ma da un sistema più ampio che unisce imprese agricole, trasformazione, distribuzione e tutela della reputazione del made in Italy.

Per Milano e per la Lombardia, cuore economico e logistico di molte filiere, il punto è tutt’altro che secondario. Qui hanno sede grandi operatori del commercio alimentare, piattaforme distributive, società di servizi e reti di export che lavorano ogni giorno per portare all’estero pasta, formaggi, conserve, vino, olio e specialità regionali. L’estate, con il suo aumento di turismo e consumo fuori casa, rende ancora più evidente quanto il cibo italiano sia anche un asset culturale prima ancora che commerciale.

Nel racconto che arriva da New York, il modello italiano viene presentato come qualcosa che negli Stati Uniti suscita interesse crescente. Non si tratta soltanto di vendere un singolo prodotto, ma di proporre un’idea di alimentazione legata a stagionalità, origine, tracciabilità e attenzione alla salute. In questa prospettiva, la formula “Make America Healthy Again” viene letta come una possibile apertura verso un approccio più vicino alla dieta mediterranea e al valore della filiera controllata.

Per le imprese italiane, soprattutto quelle che operano nei distretti agroalimentari del Nord, la sfida è doppia. Da un lato c’è la domanda internazionale, che resta forte nonostante la volatilità dei mercati e i rincari lungo le catene di approvvigionamento. Dall’altro c’è la necessità di difendere l’autenticità del prodotto italiano da imitazioni, semplificazioni e utilizzi impropri del brand nazionale. In questo contesto, la forza della filiera diventa un vantaggio competitivo decisivo.

Milano, con la sua vocazione a città delle fiere, del commercio e dell’innovazione, osserva da vicino questi movimenti. Le imprese dell’area metropolitana sanno che l’agroalimentare non è più solo un comparto tradizionale, ma un settore capace di parlare di sostenibilità, benessere, turismo enogastronomico e nuove abitudini di consumo. Anche nei mesi estivi, quando la città si fa più lenta ma non si ferma, la qualità dei prodotti italiani resta uno dei biglietti da visita più forti sui mercati esteri.

Il messaggio che arriva dagli Usa è quindi chiaro: il modello italiano non si limita a esportare sapori, ma porta con sé un’organizzazione industriale e agricola che unisce territorio, presidio della qualità e capacità di raccontarsi. In un’economia globale in cui il consumatore è sempre più attento all’origine di ciò che porta in tavola, questa combinazione può fare la differenza.

Per approfondire: Adnkronos Economia