In piena estate, con Milano che si svuota a tratti e molti residenti pronti a salire in quota per cercare aria fresca, il dibattito sul futuro delle Alpi torna a farsi sentire anche a distanza. Al centro delle critiche c’è la nuova ferrata nel Parco dello Stelvio, un’opera che riaccende il confronto tra valorizzazione turistica e tutela del paesaggio.
A contestare il progetto è Mountain Wilderness, che considera il percorso una forzatura in un ambiente già fragile. L’associazione parla di un ulteriore segno di antropizzazione della montagna e insiste su un concetto semplice: in certi luoghi non servono nuove strutture, ma più rispetto, meno rumore e un approccio capace di lasciare spazio alla natura.
Il nome della ferrata, dedicata a Jacopo Compagnoni, si inserisce in una tendenza ben nota anche in altri territori alpini: quella di attrezzare pareti e sentieri per intercettare un turismo sempre più attratto dalle esperienze outdoor. Nei mesi caldi, con le città che si fanno bollenti e le località d’alta quota sempre più ambite per escursioni e soggiorni brevi, il tema diventa ancora più sensibile. C’è chi vede in queste opere un modo per rendere la montagna accessibile e viva, e chi invece teme che la ricerca di attrattività finisca per snaturarne l’identità.
Dal punto di vista ambientale, la discussione non riguarda soltanto l’impatto materiale di una struttura in acciaio. Riguarda anche l’idea di montagna che si vuole promuovere: una destinazione da consumare velocemente, o un ecosistema da attraversare con misura. Per gli oppositori, ogni nuova attrezzatura porta con sé un messaggio preciso, quello di una montagna sempre più vicina al linguaggio del divertimento organizzato e sempre più lontana da quello del silenzio e dell’ascolto.
La posizione del Parco va nella direzione opposta alla polemica. La direzione dell’area protetta rivendica infatti la necessità di trovare un equilibrio tra la salvaguardia della natura e la presenza della comunità locale, che vive anche di attività legate al territorio. È un nodo che in Lombardia, e non solo, torna ciclicamente: come mantenere aperti i luoghi senza trasformarli in scenografie? Come garantire opportunità economiche senza compromettere il valore naturalistico che rende quei posti unici?
Per chi parte da Milano in queste settimane, la domanda è tutt’altro che teorica. Tra gite in giornata, weekend in montagna e vacanze più lunghe, la domanda di spazi alpini accessibili cresce ogni estate. Ed è proprio per questo che le scelte sullo Stelvio vengono osservate con attenzione: non solo dagli escursionisti, ma anche da chi immagina un modello di turismo più lento, più sobrio e più compatibile con i ritmi della montagna.
Il confronto è destinato a proseguire. Da una parte c’è chi chiede infrastrutture e servizi per rendere la montagna fruibile a un pubblico più ampio. Dall’altra, chi ricorda che l’attrattiva dei grandi spazi alpini sta spesso proprio nella loro capacità di sottrarsi al rumore, alla fretta e alla logica dell’ennesima attrazione. In mezzo, la sfida di trovare una sintesi che non riduca il paesaggio a semplice sfondo per le attività turistiche.
Per approfondire: Repubblica Milano