C'è un modo lento di attraversare Milano che, in piena estate, può sembrare quasi controcorrente. Mentre la città corre tra spostamenti, serate all'aperto e fughe verso il lago o la montagna, Michele Tranquillini sceglie di fermarsi. Di osservare. Di trasformare in segni grafici dettagli che molti milanesi conoscono benissimo, ma che raramente si soffermano a guardare davvero.
Il suo lavoro nasce proprio da qui: dall'idea di città come somma di scampoli, frammenti visivi, linee che si intrecciano e stratificano lo spazio urbano. Nei suoi disegni compaiono schermi che coprono chiese e monumenti, strisce pedonali, fili del tram, elementi quotidiani che raccontano una Milano viva, in movimento, spesso attraversata in fretta e invece riscoperta con uno sguardo paziente.
È un approccio che richiama la figura del flâneur, il passeggiatore urbano capace di leggere la città camminando. Un’attitudine molto milanese, soprattutto in questi giorni di luglio, quando il caldo invita a cercare percorsi più brevi, ombre sotto i portici, soste nelle piazze al tramonto e passeggiate serali nei quartieri. Proprio nel contrasto tra velocità e osservazione si inserisce il lavoro dell'artista, che restituisce al pubblico una Milano fatta di dettagli ordinari ma decisivi.
I suoi disegni dialogano con l'idea di spazio pubblico come luogo in costante trasformazione. Gli schermi che velano facciate e i cantiere che ridisegnano scorci familiari non sono solo elementi di passaggio: diventano parte del paesaggio. Allo stesso modo, i segnali stradali e le tracce della mobilità urbana raccontano una città che si muove tra funzioni diverse, turismo, lavoro, cultura e vita di quartiere.
La mostra, attesa per settembre all'ADI, si inserisce in un momento in cui Milano continua a interrogarsi sul proprio volto contemporaneo. Da un lato la città appare sempre più esposta, visibile, attraversata da flussi di persone e immagini; dall'altro conserva una dimensione minuta, fatta di percorsi laterali, scorci secondari, elementi quasi invisibili a chi passa distratto. È proprio questa tensione a rendere interessanti i lavori di Tranquillini.
Per i lettori milanesi, abituati a riconoscere la città nei suoi simboli più noti, c'è qualcosa di familiare e insieme spiazzante in questa prospettiva. Non è la Milano monumentale a dominare, ma quella dei passaggi, delle superfici attraversate dalla luce, delle geometrie urbane che si sovrappongono. Una città che, soprattutto d'estate, quando i ritmi cambiano e la sera invita a uscire, si offre anche a chi sa guardarla con calma.
Il lavoro di Tranquillini parla dunque di attenzione e di misura. In una stagione in cui Milano alterna giornate afose, eventi serali e movimenti continui tra centro e periferia, la sua ricerca ricorda che la città non è solo ciò che si vede da lontano, ma anche ciò che si incontra camminando: un attraversamento pedonale, un cavo sospeso, una superficie temporaneamente coperta, un frammento che all'improvviso diventa racconto.
Per approfondire: Fonte: Repubblica Milano