Nel pieno del rientro settembrino, quando Milano torna a riempirsi di studenti, pendolari e famiglie che si muovono tra scuole, uffici e quartieri del tempo libero del sabato, la testimonianza di Davia Mizrai Shalom riporta l’attenzione su un clima che non può essere normalizzato: l’antisemitismo che si manifesta in strada, con insulti e aggressioni, e che colpisce la vita quotidiana prima ancora delle grandi parole della politica.
Il rabbino, intervistato dopo l’episodio avvenuto in città, racconta di aver provato paura ma di non voler rinunciare alla propria presenza pubblica né ai propri abiti tradizionali. È un messaggio che va oltre il fatto di cronaca: significa rivendicare il diritto di attraversare Milano senza nascondersi, senza cambiare il proprio modo di essere per prudenza o timore.
La sua ricostruzione parla di un disagio che non nasce all’improvviso. Mizrai Shalom dice di essere ormai abituato agli insulti per strada e sottolinea come, a suo giudizio, il fenomeno sia in crescita. Un’osservazione che trova eco nelle preoccupazioni di molte comunità religiose e civili, soprattutto in un periodo in cui il dibattito pubblico si accende facilmente e le tensioni internazionali finiscono per riflettersi anche nei gesti quotidiani, nei mezzi pubblici, nei negozi di quartiere, lungo le vie del centro e nelle zone più frequentate.
In una città come Milano, dove convivono identità diverse e dove la dimensione metropolitana rende più evidente il contatto tra mondi differenti, episodi di questo tipo hanno un peso che va oltre la cronaca nera. Colpiscono la percezione di sicurezza, ma anche la qualità della convivenza. E colpiscono in particolare chi, per tradizione o fede, rende visibile la propria appartenenza con segni esteriori immediatamente riconoscibili.
La scelta del rabbino di restare qui, senza rinunciare ai propri abiti tradizionali, assume allora il significato di una presenza che non vuole farsi spingere ai margini. È una risposta civile prima ancora che personale: continuare a camminare per la città, a vivere gli spazi comuni, a non lasciare che la paura definisca il perimetro della libertà individuale.
Il tema tocca anche il sabato milanese, con i suoi spostamenti verso mercati, appuntamenti culturali e momenti di socialità nei quartieri. Proprio in questi contesti, dove la città si mostra nella sua normalità più riconoscibile, la tutela della convivenza diventa essenziale. Non si tratta solo di condannare l’aggressione, ma di interrogarsi su quanto siano davvero sicuri e inclusivi gli spazi condivisi.
Le parole di Mizrai Shalom ricordano che l’odio non si misura soltanto nei casi più gravi, ma anche nella somma di piccoli episodi che logorano il vivere comune: lo sguardo ostile, la parola offensiva, l’umiliazione ripetuta. E proprio per questo la sua scelta di non arretrare parla a tutta Milano, alla sua comunità e alle sue istituzioni, chiamate a difendere non solo l’ordine pubblico ma il rispetto reciproco.
Per approfondire: Repubblica Milano