In un sabato di inizio settembre, mentre Milano riprende lentamente il suo ritmo tra rientri, appuntamenti culturali e primi pensieri da stagione nuova, torna utile ripercorrere la storia di una delle figure più riconoscibili dell’architettura italiana: Gae Aulenti. Il suo nome resta legato a un’idea di città moderna, concreta, capace di parlare al grande pubblico senza rinunciare alla complessità del progetto.

La sua formazione comincia al Politecnico di Milano, dove si laurea in architettura nel 1954. È un passaggio decisivo in un ambiente professionale che, allora più che oggi, era segnato da equilibri rigidamente maschili. Proprio per questo il percorso di Aulenti viene spesso ricordato non solo per i risultati, ma anche per il modo in cui ha attraversato e scardinato quei confini. La sua stessa affermazione di aver fatto un “lavoro da uomini” racconta bene il clima di quegli anni e la determinazione con cui seppe imporsi.

Da Milano al mondo, la sua carriera si è sviluppata intrecciando architettura, design e allestimento. A renderla celebre sono stati progetti entrati nell’immaginario collettivo, come la trasformazione del museo d’Orsay a Parigi, dove un edificio nato per tutt’altro uso è diventato uno dei luoghi culturali più visitati d’Europa. Ma il suo nome è legato anche a interventi in Italia, dal metrò di Napoli alle ex Scuderie del Quirinale, fino a numerosi allestimenti che hanno mostrato come lo spazio possa essere letto e raccontato prima ancora che semplicemente costruito.

Il tratto distintivo del suo lavoro era la capacità di tenere insieme monumentalità e misura, funzione e identità. Nei suoi progetti non c’era soltanto attenzione tecnica: c’era un’idea precisa di città come organismo vivo, fatto di attraversamenti, luoghi pubblici e memoria. In una Milano che oggi continua a discutere di trasformazioni urbane, rigenerazione e qualità degli spazi condivisi, la sua lezione resta attuale.

Non è un caso che il suo profilo venga spesso richiamato anche nel dibattito sul ruolo delle donne nelle professioni creative e tecniche. Se all’epoca della laurea al Politecnico l’accesso al mondo del progetto era assai più selettivo per le donne, Aulenti è riuscita a farsi strada con autorevolezza in contesti italiani e internazionali, diventando un riferimento per generazioni successive di architetti, designer e studentesse.

La sua biografia parla anche a una città come Milano, che nel weekend e nel rientro d’autunno torna a fare i conti con il proprio paesaggio costruito: stazioni, piazze, quartieri direzionali, spazi culturali e nuove centralità. In questo scenario, l’eredità di Aulenti non è solo una pagina di storia dell’architettura, ma un modo di pensare il rapporto tra progetto e vita quotidiana.

Per approfondire: Repubblica Milano