È un lunedì di fine agosto, e per molti milanesi il rientro passa anche da inbox più piene, pratiche da riaprire e giornate di lavoro che ricominciano a correre. In questo scenario, il tema dell’intelligenza artificiale non resta confinato ai laboratori o alle startup: entra sempre più spesso nei processi quotidiani di uffici, servizi e piattaforme digitali. E c’è una categoria professionale che, più di altre, guarda all’IA con sospetto: gli addetti alla gestione dei sinistri assicurativi.

Il motivo è semplice. In un mestiere costruito su valutazione, ascolto e responsabilità, l’idea che un sistema automatizzato possa incidere sulle decisioni finali non rassicura tutti. Le recensioni online di chi lavora come claims adjuster e cita l’IA mostrano un clima tutt’altro che entusiasta: prevalgono diffidenza, frustrazione e il timore che l’automazione venga usata non come supporto, ma come scorciatoia per comprimere tempi e costi.

Per chi non conosce il settore, il lavoro dell’addetto ai sinistri consiste nel ricostruire cosa è successo dopo un incidente o un danno, raccogliere documenti, analizzare testimonianze, stimare le responsabilità e tenere insieme esigenze diverse: cliente, compagnia, periti, officine, avvocati. È un compito che richiede attenzione ai dettagli e una certa dose di sensibilità umana. Ecco perché l’IA, se percepita come un sostituto e non come un assistente, viene accolta con freddezza.

Molti operatori temono soprattutto due cose. La prima è l’errore: un sistema può leggere male un documento, tralasciare una sfumatura o classificare in modo troppo rigido una pratica complessa. La seconda è la perdita di autonomia: quando un algoritmo suggerisce, filtra o priorizza, il lavoratore rischia di trasformarsi in un mero esecutore di istruzioni già decise altrove.

In una città come Milano, dove la digitalizzazione dei servizi è ormai un tratto del paesaggio quotidiano, questo dibattito suona familiare. Succede nelle assicurazioni, ma anche nella sanità, nella logistica, nel customer care e nella pubblica amministrazione: l’IA promette velocità, ma chiede fiducia. E la fiducia si guadagna solo se gli strumenti restano trasparenti e controllabili.

Il punto non è respingere la tecnologia in blocco. Anzi, in molti casi l’intelligenza artificiale può aiutare a smistare pratiche ripetitive, individuare anomalie, sintetizzare informazioni e alleggerire il lavoro amministrativo. Il problema nasce quando l’innovazione viene venduta come soluzione totale, senza distinguere tra compiti standard e valutazioni complesse. Nei sinistri, come in altri settori, non tutto si può ridurre a un punteggio o a una previsione statistica.

Per questo, tra gli addetti del comparto, cresce l’idea che l’IA debba restare uno strumento e non un decisore. Una mano in più, non il timone. Il rischio, altrimenti, è duplice: peggiorare la qualità del servizio e aumentare il disagio di chi lavora già sotto pressione, con ritmi serrati e aspettative elevate.

Nel pieno dell’estate, mentre Milano vive ancora tra uffici semivuoti, city break e serate all’aperto, la lezione è abbastanza chiara anche per il mondo tech: l’adozione dell’IA funziona davvero solo quando non cancella il giudizio umano. Nei settori dove contano responsabilità e fiducia, come quello assicurativo, la tecnologia può accelerare i processi. Ma le decisioni, quelle, difficilmente possono essere lasciate senza supervisione.