In un’estate in cui Milano si svuota a tratti e si riempie di nuove abitudini serali, tra chi resta in città e chi rientra solo per il weekend, arriva una storia che intreccia tecnologia, intimità e salute mentale. Una startup del settore AI ha coinvolto alcune persone in uno studio di un mese sull’uso di compagni virtuali per la masturbazione, presentando l’esperimento come un possibile tassello per affrontare il tema della solitudine maschile.

Il caso riapre un dibattito che va oltre la provocazione iniziale. Da una parte c’è l’idea, sempre più diffusa nelle piattaforme di intelligenza artificiale, di costruire relazioni digitali capaci di accompagnare l’utente nei momenti di noia, stress o isolamento. Dall’altra c’è la domanda più scomoda: quando un software che simula empatia e desiderio smette di essere un semplice strumento e diventa un surrogato delle relazioni reali?

Nel racconto della società, l’obiettivo non sarebbe solo sperimentare nuove forme di interazione, ma anche capire se gli assistenti conversazionali possano offrire una risposta a chi vive una distanza emotiva crescente. Un terreno delicato, soprattutto perché tocca l’area più privata dell’esperienza umana e si presta facilmente a semplificazioni: l’idea che la tecnologia possa curare la solitudine con un’interfaccia più convincente.

Per una città come Milano, dove lavoro, mobilità e ritmi digitali lasciano spesso poco spazio alla socialità spontanea, il tema non appare affatto astratto. Tra smart working, relazioni frammentate e un uso sempre più quotidiano di chatbot e app conversazionali, la tecnologia entra in zone della vita che fino a pochi anni fa restavano fuori dal perimetro dei prodotti consumer. Ed è proprio qui che il confine tra benessere, intrattenimento e dipendenza affettiva diventa più sfumato.

Le piattaforme di AI generativa, del resto, sono ormai progettate per trattenere l’attenzione, imitare il linguaggio umano e adattarsi ai gusti dell’utente. Quando questa logica viene applicata all’ambito sessuale o relazionale, le implicazioni si moltiplicano: consenso, tutela dei dati, gestione delle vulnerabilità psicologiche, trasparenza sugli obiettivi commerciali. Non si tratta soltanto di una curiosità da laboratorio, ma di una frontiera che chiama in causa regole e responsabilità.

La promessa di “risolvere” la solitudine maschile, poi, è forse la parte più controversa. La solitudine è un fenomeno sociale complesso, che coinvolge età, contesto economico, reti familiari e accesso ai servizi. Ridurla a un problema da affrontare con un prodotto tecnologico rischia di spostare l’attenzione dalle cause profonde alle scorciatoie di mercato. Eppure è proprio così che molti servizi digitali conquistano spazio: intercettano un bisogno reale e lo trasformano in abitudine.

In questa chiave, la vicenda racconta anche qualcosa del presente tecnologico milanese. La città che accoglie startup, sperimentazione e nuovi modelli di business è spesso il luogo in cui innovazioni controverse vengono osservate con maggiore attenzione. Qui il pubblico è abituato a testare app, wearable e servizi basati su dati; ma quando l’innovazione entra nell’intimità, l’entusiasmo lascia il posto a domande più profonde.

Nel prossimo weekend, mentre molti milanesi cercheranno frescura nei parchi, nei locali all’aperto o fuori porta, sarà facile imbattersi in conversazioni su quanto l’AI stia cambiando il modo di stare soli, lavorare e perfino desiderare. Ed è proprio questa la vera notizia: non che una startup abbia lanciato un test estremo, ma che l’intelligenza artificiale stia ormai diventando una presenza capace di occupare anche gli spazi più privati della vita quotidiana.