L’idea di una Spagna capace di correre più di altri grandi Paesi europei, trainando Pil e occupazione, viene spesso raccontata come un piccolo miracolo economico. Ma il giudizio dello storico ed economista Giulio Sapelli, rilanciato in un’intervista ad Adnkronos/Labitalia, va in tutt’altra direzione: dietro i numeri positivi si nasconderebbe una crescita fragile e un mercato del lavoro ancora segnato da forti squilibri.
È un tema che, anche da Milano, suona tutt’altro che distante. In piena estate e in un lunedì di rientri graduali, mentre la città si divide tra chi è già tornato in ufficio e chi continua a muoversi tra ferie e lavoro agile, il nodo resta sempre lo stesso: quanto vale davvero una ripresa economica se non produce occupazione stabile, salari adeguati e produttività di lungo periodo?
Secondo la lettura proposta da Sapelli, la Spagna viene spesso citata come esempio virtuoso per la crescita del Pil e per la tenuta dell’occupazione, ma questi indicatori andrebbero osservati con maggiore attenzione. La ripresa, infatti, può essere sostenuta da settori molto esposti alla stagionalità, dai servizi a basso valore aggiunto o da dinamiche che non garantiscono una reale solidità nel tempo. In altre parole, non basta che l’economia cresca: conta come cresce e chi ne beneficia.
Il punto più delicato riguarda il lavoro. Quando un’economia appare vivace ma si regge su contratti deboli, salari compressi e alta dipendenza da comparti vulnerabili, il risultato può essere una stabilità solo apparente. Per Sapelli, il rischio è quello di confondere la quantità con la qualità: più occupati non significa automaticamente migliore benessere, soprattutto se una parte consistente della forza lavoro resta esposta a forme di sfruttamento o a percorsi professionali poco tutelati.
Il ragionamento tocca da vicino anche l’Italia e, in particolare, le città metropolitane come Milano, dove la tenuta del sistema produttivo dipende dalla capacità di attrarre investimenti, innovazione e competenze. Nel capoluogo lombardo il dibattito sulla crescita si intreccia da tempo con quello sulla qualità del lavoro: dall’indotto del turismo alla ristorazione, dai servizi avanzati alla logistica, il problema non è solo creare posti, ma renderli sostenibili e coerenti con il costo della vita urbano.
In questa chiave, la critica al “miracolo spagnolo” diventa anche una lezione più ampia per l’economia europea. Nei mesi estivi, quando il turismo spinge molti territori e le attività stagionali mascherano alcune fragilità strutturali, è facile leggere i dati con ottimismo. Ma la stagione calda, con le sue oscillazioni di domanda e lavoro, ricorda che la crescita misurata su base trimestrale può essere più instabile di quanto sembri.
Per i milanesi che oggi riprendono ritmi e agenda, il messaggio è semplice: la vera sfida non è celebrare i record, ma capire quanto durano. Se un’economia produce ricchezza senza redistribuirla in modo equilibrato, il vantaggio resta parziale. E se l’occupazione cresce ma resta precaria, il rischio è di costruire un benessere apparente, destinato a consumarsi appena cambiano il ciclo o il clima internazionale.
Per approfondire: Adnkronos Economia