In un’estate in cui Milano alterna uffici svuotati, turismo urbano e serate all’aperto, il tema della sovranità digitale torna a intrecciarsi con uno dei dossier più delicati per l’economia europea: chi decide davvero sulle regole del mercato digitale e con quale legittimazione democratica?
È la domanda al centro del ragionamento di Edoardo Carlo Raffiotta, che mette in guardia da una scorciatoia ormai frequente nel dibattito istituzionale: attribuire a un regolamento la forza di incidere su materie che, per natura, richiederebbero un passaggio politico più solido e riconoscibile. In sostanza, non basta evocare la “sovranità europea” per trasformarla in un potere pienamente condiviso e accettato dai cittadini.
Il punto non è solo giuridico. Per Milano, che vive di servizi avanzati, startup, imprese tecnologiche, finanza e filiere legate all’innovazione, il modo in cui l’Europa costruisce le proprie regole digitali ha effetti concreti: sulla competitività delle aziende, sui costi di conformità, sulla capacità di attrarre investimenti e sulla tutela di dati e infrastrutture strategiche. In altre parole, il perimetro delle regole può favorire lo sviluppo, ma può anche appesantirlo se nasce senza un equilibrio chiaro tra semplificazione e rappresentanza democratica.
Raffiotta richiama proprio questo equilibrio. La semplificazione, sostiene, deve essere reale e non solo dichiarata. Se l’obiettivo è rendere più efficiente il governo del digitale, allora occorre evitare che i processi consultivi si riducano a passaggi formali, senza un effetto sostanziale sulle decisioni finali. Per gli operatori economici, questo è un tema tutt’altro che astratto: regole percepite come lontane o calate dall’alto generano incertezza, mentre un quadro stabile e comprensibile aiuta pianificazione e investimenti.
Il dibattito si inserisce in una fase in cui l’Unione europea cerca di rafforzare la propria autonomia nei settori strategici, dalla circolazione dei dati alla sicurezza delle piattaforme, fino alle infrastrutture digitali che sostengono imprese e pubbliche amministrazioni. Ma il confine tra coordinamento comune e trasferimento di sovranità non è automatico. Ed è qui che, secondo questa impostazione, gli Stati non possono essere ridotti a semplici comparse: devono continuare a svolgere un ruolo politico e istituzionale sostanziale.
Per il tessuto produttivo milanese, abituato a misurarsi con mercati internazionali e norme europee, la questione è doppia. Da un lato c’è l’esigenza di regole uniche, capaci di evitare frammentazioni tra Paesi diversi. Dall’altro c’è la richiesta di processi decisionali trasparenti, in cui imprese, territori e cittadini possano riconoscere chi decide e in base a quale mandato. Senza questo passaggio, il rischio è che la sovranità digitale resti uno slogan forte ma poco verificabile sul piano istituzionale.
In una città come Milano, dove l’innovazione è anche una leva di attrazione economica e occupazionale, la credibilità delle istituzioni conta quanto la qualità delle norme. Se l’Europa vuole guidare la transizione digitale senza perdere consenso, dovrà farlo con strumenti che uniscano efficienza e legittimazione. È una sfida che riguarda i palazzi di Bruxelles, ma anche le imprese e i professionisti che, ogni giorno, rendono concreto il mercato digitale europeo.
Per approfondire: Adnkronos Economia