Nel pieno dell’estate milanese, tra partenze per il weekend e voli che riempiono gli aeroporti del Nord, torna al centro il tema dei carburanti sostenibili per l’aviazione. La questione non riguarda solo il futuro del trasporto aereo, ma anche la capacità dell’Italia di farsi trovare pronta in una fase in cui la transizione energetica chiede investimenti, filiere solide e regole comuni.
Secondo l’intervento richiamato dal Politecnico di Torino, il potenziale nazionale delle materie prime utili alla produzione di SAF, i Sustainable Aviation Fuel, resta infatti contenuto almeno nel breve e medio periodo. Anche nelle ipotesi più favorevoli, al 2030 il Paese potrebbe arrivare a poco più di 400 mila tonnellate l’anno: un livello interessante, ma ancora insufficiente rispetto ai fabbisogni che deriveranno dai nuovi obblighi europei.
Il punto, spiegano gli esperti, è che i biocarburanti da biomassa non hanno ancora raggiunto una piena maturità commerciale. Questo ritardo rischia di complicare il percorso verso gli obiettivi di decarbonizzazione al 2050, soprattutto in un settore come l’aviazione, dove l’abbattimento delle emissioni è più complesso rispetto ad altri comparti dei trasporti.
Per Milano e il suo hinterland il tema ha un riflesso immediato. L’area metropolitana vive infatti una forte connessione con gli scali lombardi, con una domanda di mobilità che cresce nei periodi di vacanza e nei fine settimana estivi. In questo contesto, la transizione dei carburanti non è un argomento astratto: riguarda la qualità della crescita del traffico aereo, la competitività della filiera industriale e la capacità di attrarre nuovi investimenti su ricerca, logistica e produzione.
Lo studio richiamato nella presentazione mette in evidenza anche un altro aspetto: la necessità di far dialogare agricoltura e trasporto aereo senza forzature. I SAF possono rappresentare una soluzione concreta solo se sostenuti da una strategia di sistema, capace di integrare disponibilità di biomasse, infrastrutture, criteri di sostenibilità e costi industriali. Senza questa cornice, il rischio è di avere obiettivi ambiziosi e una capacità produttiva troppo lenta a crescere.
Qui entra in gioco il coordinamento tra politiche europee. Per un mercato come quello italiano, che da solo non può coprire tutto il fabbisogno futuro, diventa essenziale avere regole omogenee, incentivi coerenti e una pianificazione che eviti squilibri tra domanda e offerta. Le imprese hanno bisogno di certezze, soprattutto in una fase in cui la concorrenza internazionale sui combustibili alternativi è già aperta.
Dal punto di vista economico, la partita è doppia: da un lato c’è la riduzione delle emissioni, dall’altro la costruzione di una nuova filiera industriale. Per l’ecosistema produttivo del Nord Italia, compresa l’area milanese, i SAF possono diventare un settore di innovazione, con ricadute su chimica verde, ricerca universitaria, servizi tecnici e trasporti. Ma il salto di scala richiede tempo, materia prima disponibile e una domanda stabile.
In questa fase, dunque, il messaggio che arriva è di realismo. I SAF sono un tassello importante della transizione, ma non una soluzione immediata e autosufficiente. Per trasformarli in una leva concreta serviranno coordinamento europeo, investimenti di lungo periodo e una visione industriale capace di tenere insieme ambiente, competitività e sicurezza degli approvvigionamenti.
Per approfondire: fonte Adnkronos