In piena estate, mentre molti milanesi si concedono una pausa tra uffici chiusi, weekend fuori porta e serate all’aperto, torna al centro un tema che riguarda tutti: i dati personali. Un’analisi citata da Adnkronos e basata sul lavoro della società europea di cybersecurity Surfshark indica Meta come l’azienda che, tra le grandi piattaforme digitali, risulta più aggressiva nella raccolta di informazioni sugli utenti. Google segue in classifica, mentre altri nomi di primo piano del tech restano comunque molto presenti nell’ecosistema dei dati.
La fotografia che emerge è utile per capire quanto il confine tra servizi gratuiti e uso dei dati sia ormai sottilissimo. In cambio di social network, mappe, email, archivi cloud, assistenti digitali e app per la produttività, gli utenti consegnano ogni giorno una quantità enorme di informazioni: abitudini di navigazione, posizione, interessi, contatti, interazioni e preferenze. È un meccanismo noto, ma che in questa stagione di spostamenti, prenotazioni e shopping online tende ad amplificarsi ancora di più.
Per chi vive e lavora a Milano, il tema ha una ricaduta concreta. Tra chi organizza vacanze last minute, chi cerca eventi serali in città e chi usa i servizi digitali per gestire spostamenti e acquisti, la raccolta dati è una presenza costante e spesso invisibile. Ogni ricerca su un ristorante, ogni accesso a un social durante una pausa in Darsena o in un locale di quartiere, ogni prenotazione fatta dal telefono contribuisce a costruire profili sempre più precisi.
Secondo il quadro delineato dallo studio, le grandi piattaforme non si limitano a raccogliere ciò che l’utente inserisce volontariamente. Gran parte del valore arriva dalla combinazione di informazioni diverse, spesso incrociate tra app, dispositivi e servizi collegati. È questo il punto che rende il tema centrale anche sul fronte economico: i dati sono la materia prima di un mercato che vale moltissimo e che alimenta pubblicità mirata, profilazione e sviluppo di servizi premium.
La classifica citata non va letta solo come una graduatoria tecnica, ma come un segnale per consumatori e imprese. Da un lato c’è la crescente consapevolezza degli utenti, sempre più attenti a privacy, autorizzazioni e impostazioni di sicurezza. Dall’altro, però, c’è un modello industriale che premia chi riesce a conoscere meglio il comportamento delle persone online. E in questo, i grandi gruppi digitali americani restano imbattibili.
Il fenomeno riguarda anche il tessuto economico locale. A Milano, dove startup, agenzie di comunicazione, retail e servizi professionali dipendono da piattaforme digitali per acquisire clienti e farsi trovare, la questione dei dati non è solo un tema di privacy, ma anche di competitività. Più un sistema è capace di profilare gli utenti, più diventa efficace nella pubblicità e nelle strategie commerciali. È uno dei motivi per cui il mercato continua a premiare i colossi capaci di concentrare informazioni su scala globale.
In estate, quando si passa più tempo con lo smartphone in mano e si usano servizi digitali per mare, montagna o città, la raccomandazione è semplice: controllare con attenzione autorizzazioni, cronologia, localizzazione e impostazioni pubblicitarie. Non risolve il problema alla radice, ma aiuta a ridurre l’esposizione. E in un ecosistema dominato dai grandi gruppi del web, la consapevolezza resta la prima forma di tutela.
Per approfondire: Adnkronos Economia