Nel pieno dell’autunno, quando tra rientro a scuola, lezioni, sport e attività pomeridiane molte famiglie milanesi si ritrovano a rimettere ordine nelle abitudini digitali dei più giovani, il dibattito europeo sul Kids Act riporta al centro una domanda semplice: chi si sta davvero proteggendo?
Secondo Stefano Epifani, presidente della Fondazione per la sostenibilità digitale, il rischio è che l’ennesimo intervento normativo finisca per spostare il peso della responsabilità dalle piattaforme ai genitori, ai ragazzi e alle istituzioni. L’obiettivo dichiarato è limitare l’accesso autonomo ai social ai minori di 13 anni, ma la critica è che la misura non colpisca il nodo principale: il funzionamento dei servizi digitali e i meccanismi con cui tengono agganciati gli utenti più giovani.
Per una città come Milano, dove la vita quotidiana passa sempre più spesso da chat di classe, app scolastiche, contenuti video e community online, il tema non è astratto. La questione riguarda il tempo libero, l’educazione, la socialità e perfino la mobilità dei ragazzi, che organizzano spostamenti e incontri attraverso strumenti digitali ormai entrati nella routine familiare.
Epifani richiama anche un altro problema: la tendenza europea a moltiplicare le regole sugli stessi ambiti, con il risultato di creare un quadro sempre più complesso e poco leggibile. Il punto, in questa lettura, è che una norma sola difficilmente basta a risolvere fenomeni che nascono dall’intreccio tra tecnologia, modelli di business, educazione digitale e abitudini sociali.
Il dibattito tocca da vicino anche il mondo economico. Le piattaforme social non sono solo spazi di intrattenimento, ma enormi infrastrutture dell’attenzione, capaci di influenzare consumi, pubblicità e relazioni. Se la regolazione non interviene sulle logiche che premiamo con il tempo trascorso online, osserva in sostanza l’esperto, il rischio è di intervenire sul sintomo e non sulla causa.
In Lombardia, dove imprese, scuole e famiglie sperimentano da anni una forte digitalizzazione, il tema della protezione dei minori si intreccia con quello delle competenze. Vietare non basta, se non si accompagna la misura con educazione, strumenti di controllo più chiari e maggiore responsabilità da parte di chi progetta le piattaforme. In caso contrario, la regola rischia di diventare poco più che un segnale politico.
Per chi vive Milano nel weekend, tra un passaggio in centro, una visita a una mostra o un pomeriggio tra parchi e centri sportivi, la riflessione è concreta: i social fanno parte della quotidianità dei ragazzi molto prima di quanto spesso si ammetta. Ed è proprio su questo terreno che si gioca la vera partita, non solo nei testi di legge ma nella capacità di costruire un ecosistema digitale più sano.
Per approfondire: Adnkronos Economia