La questione demografica non è un capitolo astratto da convegno economico: riguarda il lavoro di oggi, la tenuta dei conti domani e, in una città come Milano, anche la capacità di sostenere crescita, servizi e consumi. In piena estate, mentre molti pensano alle ferie e ai weekend fuori porta, il tema torna con forza: il mercato del lavoro sta cambiando più velocemente di quanto si stia rinnovando la sua base più giovane.

Secondo l’analisi dell’Ufficio studi della Cgia richiamata da Adnkronos, nei prossimi anni una quota molto rilevante di lavoratori lascerà il mercato del lavoro, in larga parte per effetto dei pensionamenti delle generazioni del boom demografico. Il punto centrale non è soltanto il numero di uscite, ma la domanda che ne segue: chi prenderà il loro posto?

Il problema si vede bene anche a Milano e nell’hinterland, dove l’economia si regge su un intreccio complesso di servizi avanzati, commercio, logistica, ristorazione, turismo, costruzioni e manifattura leggera. Sono settori diversi, ma accomunati da una stessa difficoltà: trovare persone in numero sufficiente, con competenze adeguate e disponibili a rimanere nel lavoro con continuità.

Una transizione che pesa su imprese e famiglie

La riduzione degli under 35 non incide solo sul ricambio generazionale nelle aziende. Ha effetti anche sulla produttività, sulla capacità di innovare e sulla sostenibilità del sistema previdenziale. Meno lavoratori giovani significa infatti meno contributi versati nel tempo e, al tempo stesso, una platea di pensionati che tende ad aumentare con l’invecchiamento della popolazione.

Per chi vive e lavora in un territorio dinamico come quello milanese, il nodo è particolarmente sensibile. Le imprese cercano profili tecnici, digitali e specializzati, ma spesso devono confrontarsi con una scarsità di candidati. In parallelo, molti ragazzi entrano tardi nel mercato del lavoro stabile, cambiano più volte posizione o si spostano verso altre aree italiane ed estere dove trovano condizioni più favorevoli.

Il tema non riguarda solo le pensioni

La crisi demografica non si traduce soltanto in un allarme per l’Inps o per il futuro delle pensioni. Incide anche sulla domanda interna, perché una popolazione più anziana consuma in modo diverso; sulla scuola e sull’università, che devono fare i conti con numeri più bassi; e persino sulla vita urbana, dai trasporti ai quartieri residenziali, dove cambia la composizione sociale.

Milano, che resta una delle principali calamite per giovani lavoratori, studenti e professionisti, può attenuare parte di questo squilibrio grazie alla sua capacità di attrarre talenti dall’Italia e dall’estero. Ma la competizione tra territori è forte, e non basta offrire opportunità: servono casa accessibile, mobilità efficiente, stipendi coerenti con il costo della vita e percorsi di carriera meno frammentati.

Cosa serve per invertire la rotta

Le possibili risposte passano da più fronti. Da un lato occorre aumentare la partecipazione al lavoro di giovani, donne e over 50, con politiche che riducano gli ostacoli all’ingresso e alla permanenza. Dall’altro, è necessario investire di più in formazione, orientamento e aggiornamento delle competenze, soprattutto nei settori dove la domanda resta alta.

In una fase in cui l’estate spinge a immaginare leggerezza e tempo libero, i numeri ricordano che il futuro del welfare si costruisce adesso. Senza un ricambio generazionale sufficiente, il rischio è un sistema più fragile, con meno lavoratori a sostegno di un numero crescente di pensionati. Ed è una sfida che riguarda da vicino anche Milano, capitale economica ma non immune agli squilibri del Paese.

Per approfondire: fonte Adnkronos Economia, analisi Cgia. Link originale