In piena estate, mentre molti milanesi guardano alle vacanze con l’attenzione tipica del mercoledì di metà settimana, arriva uno studio che riaccende il dibattito sul fisco italiano: il sistema non premia l’equità e, anzi, tende a essere più leggero proprio nella parte alta della distribuzione della ricchezza.

La ricerca, pubblicata su una rivista scientifica internazionale e realizzata da studiosi della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, dell’Università della Calabria, della Lmu Monaco e dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, mette in fila un dato che colpisce: il 7% più benestante degli italiani risulta soggetto, in media, a un’aliquota effettiva inferiore rispetto al restante 93% dei contribuenti.

Il punto centrale non è solo la pressione fiscale, ma il modo in cui viene distribuita. Secondo l’analisi, i contribuenti con patrimoni più elevati beneficiano di meccanismi che riducono il prelievo effettivo sul capitale e sui rendimenti, mentre per molti lavoratori dipendenti e pensionati il peso fiscale resta più prevedibile e, spesso, più rigido. Il risultato è un sistema che, almeno in questa lettura, finisce per avvicinarsi più alla regressività che alla progressività teorica prevista dai principi costituzionali.

Tra i numeri più significativi emerge quello relativo allo 0,1% più ricco della popolazione, che arriverebbe a un’aliquota effettiva intorno al 32,6%. Per un lavoratore dipendente appartenente alla classe media, invece, l’incidenza complessiva sfiorerebbe il 45%. Una distanza che racconta bene quanto il carico fiscale non dipenda soltanto dal reddito dichiarato, ma anche dalla composizione del patrimonio e dalle diverse forme di trattamento riservate a lavoro e capitale.

Per Milano, città dove convivono grandi patrimoni, professioni ad alto reddito, lavoro autonomo, impresa e una vasta area di ceto medio, il tema è particolarmente sensibile. È qui che il dibattito sul fisco incontra quello sul costo della vita, sugli affitti, sui consumi e sulla capacità delle famiglie di reggere spese che in estate diventano ancora più visibili: dai servizi per i figli rimasti in città alle uscite serali, fino ai viaggi ridotti all’ultimo minuto.

Lo studio si inserisce in una discussione più ampia sulla struttura del prelievo in Italia. Da anni economisti e osservatori sottolineano come la tassazione del lavoro pesi in modo rilevante, mentre il contributo della ricchezza finanziaria e immobiliare sia spesso più frammentato e complesso da intercettare. In questo quadro, la distanza tra aliquota nominale e aliquota effettiva diventa il vero nodo: ciò che conta non è solo l’aliquota sulla carta, ma quanto si paga davvero dopo deduzioni, detrazioni, regimi speciali e differenze nei redditi da capitale.

Un elemento particolarmente importante, per chi segue i conti delle famiglie milanesi in questa fase dell’anno, è che il tema fiscale non riguarda solo i grandi patrimoni. Quando il sistema appare meno progressivo, il peso relativo può spostarsi verso chi ha meno margini di protezione: lavoratori dipendenti, giovani professionisti, nuclei monoreddito e pensionati. È una questione che tocca la redistribuzione, ma anche la percezione di giustizia fiscale, sempre più centrale nel dibattito pubblico.

La ricerca rilancia così una domanda politica ed economica destinata a restare attuale anche nelle prossime settimane: come rendere il prelievo più coerente con la capacità contributiva, senza scaricare tutto su chi vive di stipendio? Per una città come Milano, che fa da termometro delle disuguaglianze italiane e delle trasformazioni del lavoro, la risposta non è solo tecnica. È una scelta di modello fiscale e sociale.

Per approfondire: Adnkronos Economia