Il tema del potere d’acquisto torna al centro del dibattito economico proprio mentre Milano vive le settimane più calde dell’estate, tra ferie a scaglioni, uffici che si svuotano e spese quotidiane che non si fermano. Sullo sfondo, il nodo dei salari resta uno dei più sentiti da famiglie, professionisti e lavoratori della città: non basta infatti guardare alla busta paga, perché a pesare è anche il carico fiscale che erode una parte crescente del reddito.

È questo il senso dell’analisi rilanciata da Marco Ballarè, presidente di Manageritalia, che richiama l’attenzione su un problema strutturale dell’economia italiana: la crescita dei compensi è debole e, quando i redditi salgono solo nominalmente, una parte del beneficio viene assorbita dal fisco. Il risultato è un effetto noto come fiscal drag, cioè la perdita di potere d’acquisto che si verifica quando il prelievo aumenta più rapidamente dei salari reali.

Secondo Ballarè, il punto non riguarda soltanto i redditi più bassi, che negli anni hanno ricevuto misure di sostegno mirate, ma soprattutto il ceto medio e i redditi medio-alti. È qui che il sistema si mostra più rigido: chi lavora in posizioni qualificate, con responsabilità crescenti e stipendi che restano comunque sotto molti standard europei, spesso si ritrova con un netto meno favorevole di quanto ci si aspetterebbe. In altre parole, l’aumento lordo non si traduce sempre in un miglioramento reale della condizione economica.

Per Milano il tema è particolarmente rilevante. Nella città del terziario avanzato, dei servizi alle imprese, della consulenza e del management, una quota importante dell’occupazione dipende proprio da profili professionali che si collocano nella fascia intermedia del reddito. È la stessa fascia che sostiene consumi, affitti, scuola, mobilità e buona parte della vita urbana, dalle spese ordinarie ai mesi in cui il calendario cittadino si riempie di eventi serali e turismo estivo.

La richiesta di una riforma dell’Irpef che parta dal ceto medio intercetta quindi una domanda concreta: rendere più leggibile e meno penalizzante il sistema fiscale, evitando che l’inflazione e il passaggio di scaglione trasformino piccoli aumenti in vantaggi quasi invisibili. In una fase in cui molte famiglie milanesi fanno i conti con costi elevati, il tema non è solo tecnico ma anche sociale, perché riguarda la distanza crescente tra reddito lordo e capacità effettiva di spesa.

Il punto, per gli osservatori, è trovare un equilibrio tra equità e crescita. Da un lato restano fondamentali gli interventi a tutela dei redditi più fragili; dall’altro, però, senza un alleggerimento per il lavoro qualificato e medio, il sistema rischia di disincentivare competenze, produttività e progressioni di carriera. È un passaggio decisivo soprattutto in una città come Milano, dove la competizione per trattenere talenti e professionalità è forte e si gioca anche sulla convenienza fiscale.

In questo scenario, il dibattito sull’Irpef si lega anche alla qualità della crescita: non solo quanto aumentano gli stipendi, ma quanto di quel guadagno resta davvero nelle tasche di chi lavora. Ed è su questo fronte che l’estate 2026, tra vacanze e bilanci familiari, rende il tema ancora più attuale per molti contribuenti milanesi.

Per approfondire: Adnkronos Economia