Nel sabato di metà settembre, quando Milano rallenta appena dopo il rientro e riprende il suo ritmo tra uffici, università, mezzi pubblici e appuntamenti culturali, torna attuale una domanda che riguarda il giornalismo e, più in generale, il rapporto tra informazione e potere: che cosa resta oggi della lezione di Oriana Fallaci?

A ricordarla è Ferruccio de Bortoli, che la descrive come una figura capace di leggere in anticipo fratture e contraddizioni dell’Occidente. Un giudizio che, a distanza di anni, suona ancora più forte in un’epoca dominata dai social, dalla velocità delle notizie e dall’arrivo dell’intelligenza artificiale nelle redazioni e nella vita quotidiana. In un contesto in cui tutto sembra filtrato da algoritmi e reazioni immediate, la domanda diventa quasi inevitabile: esiste ancora spazio per un giornalismo che “sta sul campo”, osserva, ascolta e interroga il potere senza cercare consenso?

Il ricordo di de Bortoli riporta al cuore del mestiere: andare a vedere, parlare con le persone, entrare nei luoghi dove le decisioni vengono prese e, soprattutto, non arretrare davanti alle domande scomode. È un’idea di giornalismo che oggi appare controcorrente, proprio mentre molte informazioni si consumano in pochi secondi sullo schermo di uno smartphone, tra notifiche e contenuti generati in serie.

Per Milano, città che vive di lavoro, finanza, editoria, università e innovazione, il tema è particolarmente sensibile. Qui la trasformazione digitale è parte della quotidianità: dalle imprese che adottano strumenti di automazione fino ai lettori che consultano le notizie sui treni suburbani, in metropolitana o durante una pausa caffè. Ma nel passaggio dalla carta allo schermo resta aperta una questione decisiva: come mantenere autorevolezza, profondità e capacità critica in un sistema che premia spesso rapidità e semplificazione?

Fallaci, nel racconto di de Bortoli, rappresenta anche un modo di intendere il coraggio professionale. Non il coraggio retorico, ma quello di esporsi, di prendere posizione, di accettare il rischio del conflitto. Un tratto che oggi viene spesso evocato quando si parla di polarizzazione, disinformazione e perdita di fiducia nei media. E proprio per questo la sua figura continua a dividere e a far discutere: perché obbliga a misurarsi con il confine tra opinione e inchiesta, tra testimonianza e interpretazione.

In questo weekend di settembre, mentre la città si divide tra la ripresa delle routine e i primi spazi di tempo libero dopo le ferie, il ricordo di una grande firma del Novecento offre anche uno spunto più ampio. Il giornalismo, in fondo, resta credibile solo se sa guardare la realtà senza attenuarla. E se è vero che gli strumenti cambiano, dalla macchina da scrivere agli assistenti digitali, la sostanza della professione non dovrebbe cambiare: verificare, contestualizzare, raccontare.

La figura di Oriana Fallaci continua così a essere un banco di prova per il presente. Non solo per chi scrive, ma per chi legge e cerca nei media non intrattenimento sterile, bensì chiavi per capire il mondo. Ed è forse questo il punto che de Bortoli lascia emergere con più forza: alcune voci del passato non appartengono alla nostalgia, ma al dibattito di oggi.

Per approfondire: Adnkronos Economia