Nel venerdì che apre il primo vero rientro dopo l’estate, con Milano già proiettata tra lavoro, scuola e agenda culturale, il tema della sicurezza digitale torna a intrecciarsi con uno dei patrimoni più preziosi del Paese: arte e cultura. In una città che vive di musei, archivi, fondazioni, case editrici, gallerie e grandi eventi, la protezione dei beni culturali non riguarda soltanto teche, quadri e palazzi storici, ma anche dati, sistemi informatici, piattaforme di biglietteria e archivi digitali.
È in questo scenario che si colloca il lavoro di Deas, realtà italiana attiva nel campo della cybersicurezza, che punta a mettere competenze specialistiche al servizio del patrimonio artistico. L’idea è semplice nella formulazione, ma tutt’altro che banale nella pratica: difendere le istituzioni culturali da attacchi, intrusioni e blocchi che possono colpire tanto la visibilità quanto la gestione quotidiana di un museo o di un archivio.
Il messaggio è particolarmente attuale a Milano, dove la cultura è anche economia. Ogni settimana, tra rientro in ufficio e ripresa delle attività formative, si moltiplicano gli accessi ai servizi online e cresce l’esposizione delle organizzazioni a minacce digitali. Per il settore culturale questo significa dover proteggere non solo opere e collezioni, ma anche reti interne, sistemi di prenotazione, cataloghi, flussi di pagamento e dati di visitatori e utenti.
La riflessione proposta da Stefania Ranzato va proprio in questa direzione: arte e cultura vengono letti come asset strategici del Paese, da tutelare con strumenti avanzati e con un approccio che unisca tecnologia, formazione e prevenzione. Non si tratta soltanto di intervenire dopo un attacco, ma di costruire una cultura della sicurezza capace di accompagnare musei, enti e fondazioni nella gestione ordinaria.
Per Milano, capitale di imprese, servizi e creatività, il punto è anche economico. La filiera culturale genera occupazione, richiama pubblico, alimenta l’indotto dell’accoglienza e sostiene quartieri e distretti urbani. Quando un sistema digitale si ferma o viene compromesso, il danno non è solo tecnico: possono saltare prenotazioni, comunicazioni ai visitatori, attività educative e perfino l’accesso a contenuti e archivi che hanno valore scientifico e commerciale.
In questo quadro, la cybersecurity diventa una voce sempre più importante per il mondo culturale, soprattutto mentre l’autunno riporta in città un pubblico più stabile e professionale. Tra chi rientra al lavoro e chi programma le uscite del weekend, cresce infatti la dipendenza da servizi online affidabili. Anche per questo la protezione del patrimonio artistico passa oggi da competenze ibride, dove la figura dell’hacker etico si affianca a conservatori, manager culturali, responsabili IT e amministratori.
La sfida è doppia: difendere la memoria materiale del Paese e, allo stesso tempo, garantire la continuità digitale di un settore che sempre più spesso vive su piattaforme e reti connesse. Un’esigenza che a Milano si comprende bene, perché qui la cultura non è solo racconto identitario, ma anche infrastruttura economica e leva di competitività.
Per approfondire: Adnkronos Economia