Nel cuore dell’estate milanese, tra uffici che si svuotano a turni, coworking più silenziosi e aziende che preparano la ripartenza di settembre, la partita sulla cybersicurezza resta tutt’altro che ferma. Anzi, per il tessuto economico di Milano e dell’hinterland — fatto di finanza, manifattura avanzata, servizi digitali, logistica e filiere globali — il tema è sempre più concreto: proteggere le reti senza irrigidire troppo le scelte industriali.
È il senso del dibattito attorno al nuovo Cybersecurity Act 2, che punta a rafforzare la capacità europea di individuare Paesi terzi e fornitori considerati ad alto rischio. Una scelta che può incidere direttamente su infrastrutture, prodotti e catene di fornitura, con effetti che vanno ben oltre il perimetro tecnico e toccano investimenti, tempi di approvvigionamento e costi per le imprese.
Nel ragionamento illustrato da Stefania Ducci, il nodo non è solo alzare il livello di protezione, ma capire come gestire un eventuale phase out senza cancellare strumenti già in uso e senza creare vuoti normativi o operativi. Per questo l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale spinge per un modello multilivello, in cui la valutazione europea si affianchi agli strumenti nazionali già esistenti, dal Golden Power al perimetro di sicurezza e ad altre misure applicate in Italia.
Per una città come Milano, dove si concentrano sedi direzionali, startup, centri di ricerca e player internazionali, la questione è particolarmente delicata. Le aziende chiedono regole chiare, ma anche prevedibilità. Un sistema che individua i rischi è utile se consente di pianificare gli adeguamenti tecnologici, sostituire in tempo i componenti critici e mantenere continuità nei servizi. Se invece il passaggio è troppo brusco, il rischio è rallentare investimenti e progetti già avviati.
Il punto, in sostanza, è trovare un equilibrio tra sovranità digitale e competitività. In una fase in cui molte imprese lombarde stanno accelerando su cloud, automazione, intelligenza artificiale e connettività industriale, la sicurezza non può essere trattata come un costo accessorio. Ma neppure come un freno indiscriminato all’innovazione. La sfida, per Bruxelles e per gli Stati membri, è costruire criteri robusti ma applicabili, capaci di distinguere tra rischio reale e semplice dipendenza tecnologica.
Conta anche un altro aspetto: la disponibilità di alternative sul mercato. Se una tecnologia viene progressivamente esclusa, servono soluzioni sostitutive già mature, tempi compatibili con i cicli industriali e costi sostenibili. È un passaggio decisivo per le imprese che operano in settori ad alta intensità tecnologica, dalle telecomunicazioni ai servizi finanziari, fino alla produzione manifatturiera connessa.
In prospettiva, il dibattito sul Cybersecurity Act 2 racconta bene una delle tensioni più attuali dell’economia europea: proteggere reti e dati senza irrigidire il sistema produttivo. Per Milano, che vive di relazioni internazionali e di capacità di attrarre capitali, la parola chiave resta una sola: sicurezza, ma con una transizione ordinata e industrialmente sostenibile.
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