Prezzi di vendita quasi immobili da decenni, costi di produzione in salita e margini sempre più stretti. È questa la fotografia, tutt’altro che rassicurante, che arriva dal mondo agricolo italiano e che tocca da vicino anche Milano e il suo hinterland, dove la filiera agroalimentare è una parte essenziale dell’economia locale.

Nel pieno dell’estate, tra vacanze, tavolini all’aperto e consumi che cambiano ritmo, il tema del cibo torna centrale non solo per chi produce ma anche per chi acquista. Dalla campagna alla città, infatti, il nodo è lo stesso: come garantire qualità, continuità e prezzi sostenibili in un sistema che negli anni ha visto crescere i costi di energia, logistica, acqua e manodopera molto più rapidamente dei ricavi riconosciuti agli agricoltori.

La denuncia arriva dalle rappresentanze del settore, che parlano di una pressione ormai insostenibile per molte imprese agricole. A pesare non c’è solo l’effetto dei listini bloccati nel tempo, ma anche un contesto reso più fragile dagli eventi climatici estremi, sempre più frequenti e difficili da assorbire per chi lavora nei campi. Grandinate improvvise, siccità, ondate di calore e temporali violenti complicano la programmazione delle colture e aumentano l’incertezza sui raccolti.

Per il territorio milanese il tema è particolarmente rilevante. L’area metropolitana dipende in larga parte da una rete di approvvigionamento che coinvolge aziende agricole lombarde, mercati all’ingrosso, trasformazione alimentare, distribuzione moderna e ristorazione. Quando uno di questi anelli si indebolisce, l’effetto si riflette lungo tutta la catena, fino al consumatore finale. E nei mesi estivi, quando la domanda di frutta, verdura, latticini e prodotti freschi tende a restare elevata, la tenuta della filiera diventa ancora più delicata.

Il punto sollevato dagli agricoltori è anche economico: se i prezzi riconosciuti alla produzione non tengono il passo con i costi, il rischio è doppio. Da una parte si riduce la redditività delle aziende, con il pericolo di abbandono di superfici coltivate e minor presidio del territorio; dall’altra si alimenta una dipendenza crescente dalle importazioni, con effetti sulla sicurezza alimentare e sulla capacità del Paese di valorizzare il proprio patrimonio agroalimentare.

In Lombardia la questione ha una ricaduta concreta anche sul fronte della sostenibilità. Campi, cascine e imprese agricole non sono soltanto luoghi di produzione, ma anche presìdi ambientali che contribuiscono alla manutenzione del paesaggio, alla gestione del suolo e alla tutela di alcune aree periurbane. In un’estate in cui Milano cerca sempre più spesso soluzioni fresche e verdi per vivere la città, dall’alimentazione ai mercati di quartiere fino alle iniziative di filiera corta, il legame con l’agricoltura appare tutt’altro che lontano.

Il dibattito, dunque, non riguarda solo i campi ma il modello economico complessivo. Se da un lato l’export agroalimentare italiano continua a rappresentare un punto di forza, dall’altro resta aperta la questione di come distribuire meglio il valore lungo la catena, senza scaricare tutto il peso su chi produce. Per Milano, città di consumo, servizi e innovazione, la sfida è capire come sostenere un’agricoltura capace di reggere all’urto del clima e del mercato, senza trasformare i prezzi bassi in una trappola per produttori e consumatori.

Per approfondire: Adnkronos Economia