In una Milano di piena estate, tra chi parte per qualche giorno, chi lavora nei servizi e chi riempie parchi, dehors e mezzi pubblici nelle ore più calde, il tema dello sfruttamento del lavoro torna a mostrarsi per quello che è: una questione di cronaca quotidiana, non un capitolo astratto di sociologia. A ricordarlo è la docente della Cattolica che, leggendo il fenomeno come una ferita profonda della città, invita a non fermarsi alla sola repressione.
Il punto, nella sua analisi, è semplice e insieme scomodo: lo sfruttamento non riguarda solo alcuni settori marginali, ma attraversa le filiere che tengono in piedi la vita urbana. Logistica, assistenza, ristorazione, pulizie, edilizia, servizi alla persona e tutto quell’indotto che permette a Milano di funzionare anche quando il resto della città sembra rallentare per il weekend o per il caldo. Dietro le vetrine, gli eventi serali e l’immagine di una metropoli efficiente, restano spesso lavoratori poco visibili, con orari spezzati, salari bassi e tutele fragili.
È proprio su questa invisibilità che si concentra la riflessione: se chi lavora nelle condizioni più precarie si fermasse anche solo per un giorno, la città ne sentirebbe subito il contraccolpo. Un’osservazione che fotografa bene la dipendenza di Milano da migliaia di persone che non compaiono nelle narrazioni più patinate, ma rendono possibile la quotidianità di famiglie, uffici, negozi, alberghi e servizi di quartiere.
Per questo, secondo la sociologa, non basta punire quando il problema emerge. Le sanzioni sono necessarie, ma da sole non bastano a scardinare un sistema che si regge su bisogno, ricattabilità e scarsa consapevolezza dei diritti. Serve anche prevenzione, controllo lungo le filiere, capacità di intercettare le irregolarità prima che diventino strutturali, e un lavoro culturale capace di far capire che il costo troppo basso di un servizio può nascondere un prezzo umano altissimo.
In una città come Milano, dove la domanda di manodopera è forte e il ritmo produttivo resta alto anche nei mesi estivi, il rischio è che il confine tra flessibilità e sfruttamento diventi sempre più sottile. Per questo il tema riguarda non solo chi subisce abusi, ma anche il modello di sviluppo urbano: una metropoli davvero moderna non può basarsi sull’opacità delle condizioni di lavoro né sull’idea che qualcuno, lontano dai riflettori, debba pagare il prezzo della comodità altrui.
Il richiamo è anche civico. Chi vive Milano la domenica, tra passeggiate nei quartieri, gite fuori porta e appuntamenti culturali, spesso percepisce una città viva e accogliente. Ma quella vivibilità dipende da una rete di persone che fanno turni lunghi, lavorano quando gli altri riposano e garantiscono servizi essenziali nei momenti di maggiore afflusso. Rendere questi lavoratori più visibili significa anche proteggere la qualità della vita di tutti.
In questo quadro, la lotta allo sfruttamento appare come una sfida che intreccia legalità, giustizia sociale e responsabilità collettiva. Punire chi sbaglia resta indispensabile. Ma per estirpare davvero un fenomeno che si diffonde come un virus, occorre agire prima che attecchisca: nei controlli, nelle imprese, nei contratti, nella formazione e nella cultura del lavoro che una città come Milano vuole darsi.
Per approfondire: Repubblica Milano, intervista alla docente di Sociologia della Cattolica sul tema dello sfruttamento del lavoro.