Si torna a parlare dei boschi della droga del Varesotto, a poche settimane dall’inizio dell’estate piena, quando tra Milano e hinterland si moltiplicano gli spostamenti, le serate all’aperto e i rientri dei pendolari che lasciano la città più vuota ma non meno attenta ai fatti di cronaca del territorio. Nel processo nato dopo la morte di Rachid Nachat, ucciso nel 2023 a Castelveccana, l’attenzione si è concentrata su un elemento che sta facendo discutere: una chat di servizio tra carabinieri che, secondo la parte civile, conterrebbe un’espressione incompatibile con la serietà dell’indagine.
A riportare il nodo in aula è stato il legale dei familiari della vittima, che ha insistito su quel passaggio per contestare la ricostruzione della difesa. La frase al centro del caso, secondo l’accusa della parte civile, mostrerebbe un atteggiamento tutt’altro che neutrale da parte di alcuni militari impegnati nei controlli antidroga nella zona boschiva. Dall’altra parte, la difesa ha sostenuto una lettura opposta: si tratterebbe di una chat interna, usata per scambi di servizio, e di un tono goliardico che non avrebbe inciso in alcun modo sull’attività investigativa.
Il procedimento riguarda una vicenda che ha riportato al centro dell’attenzione i cosiddetti boschi dello spaccio, aree difficili da presidiare e da bonificare, soprattutto nei mesi caldi, quando la vegetazione più fitta e le giornate lunghe favoriscono movimenti rapidi e nascosti. Anche per Milano e la sua area metropolitana, il tema non è lontano: il contrasto allo spaccio nei corridoi ferroviari, nelle zone periferiche e lungo le direttrici verso il lago e la provincia resta una priorità costante delle forze dell’ordine.
Nel corso del dibattimento, la disputa non ruota solo attorno al linguaggio usato in una conversazione interna, ma al peso che quel linguaggio può avere sulla percezione di imparzialità di chi indaga. Per i familiari di Nachat, ogni dettaglio contribuisce a ricostruire il contesto in cui il giovane è morto e a chiarire se tutto sia stato gestito con la dovuta attenzione. Per la difesa, invece, non ci sarebbe alcun elemento tale da trasformare una battuta tra colleghi in una prova di condotta scorretta.
Il caso si inserisce in un quadro più ampio, che in Lombardia continua a far emergere tensioni tra controllo del territorio, microcriminalità e aree di confine difficili da monitorare. D’estate, quando la città cambia ritmo e molti milanesi lasciano i quartieri centrali per weekend fuori porta o vacanze brevi, la cronaca delle province vicine resta parte del quotidiano di chi vive sotto la Madonnina: perché spesso è proprio da lì che arrivano le storie che parlano di sicurezza, degrado e violenza.
In aula, la vicenda di Castelveccana ha così assunto anche un valore simbolico: non solo il dramma di una morte avvenuta nei boschi della droga, ma anche il tema delicato del rapporto tra linguaggio informale, prassi operative e credibilità delle istituzioni. Sarà il processo a chiarire se quel contenuto avrà un peso nel giudizio finale o se resterà confinato a un episodio di comunicazione interna privo di conseguenze sul merito dei fatti.
Per approfondire: fonte Repubblica Milano.