Nel pieno dell’estate milanese, mentre la città si divide tra chi è già in vacanza e chi sta rientrando in ufficio dopo il weekend, il bosco di Rogoredo resta uno dei luoghi più fragili della periferia sud. Qui, tra caldo, aree verdi e margini urbani, il consumo e lo spaccio di droga continuano a intrecciarsi con le storie di chi cerca di uscire dal tunnel e di chi, ogni giorno, prova a intercettare il disagio prima che diventi emergenza.
È il quadro che emerge dal lavoro raccontato da Simone Feder, educatore e psicologo, volontario nella piazza di spaccio dal 2017. La sua presenza costante in un contesto così complesso ha trasformato l’osservazione quotidiana in testimonianza diretta: un punto di vista che ora confluisce anche in un libro, nato per fissare volti, dinamiche e cambiamenti di un’area che, nonostante gli interventi e l’attenzione pubblica, continua a essere un simbolo della periferia ferita di Milano.
Feder descrive un fenomeno che non riguarda soltanto le dipendenze più note, ma anche l’ingresso di ragazzi sempre più giovani in circuiti pericolosi. Ed è proprio questo uno degli aspetti che colpisce di più: la vulnerabilità di chi arriva al bosco non sempre per scelta consapevole, ma spesso per solitudine, fragilità familiari, dipendenze in evoluzione o semplice mancanza di alternative. In un’estate in cui Milano vive anche di spazi aperti, parchi e socialità all’esterno, il contrasto con il bosco di Rogoredo resta fortissimo.
Accanto al lavoro di strada, c’è poi la preoccupazione per le sostanze che cambiano mercato e rischio. Il timore che possa diffondersi il fentanyl, oppioide sintetico già diventato allarme in altri contesti internazionali, aggiunge un livello ulteriore di attenzione. Non si tratta soltanto di una questione sanitaria, ma di una possibile accelerazione della gravità delle dipendenze, con conseguenze difficili da gestire per chi opera sul campo e per i servizi sul territorio.
In quartieri come Rogoredo, la cronaca di agosto non è fatta solo di traffico o rientri dalle ferie: è anche la misura concreta di un disagio che resta visibile, spesso a pochi metri dai binari e dalle vie di passaggio. Il bosco, nel racconto di Feder, diventa così il punto in cui si incontrano povertà educativa, marginalità e mercato illegale, in una geografia urbana che Milano fatica ancora a ricucire.
La forza del suo lavoro sta proprio nel partire dalla prossimità: ascolto, presenza, relazioni, tentativi di aggancio. Elementi che, in una città abituata a parlare di sicurezza in termini generali, riportano l’attenzione sulle persone e sulle traiettorie che portano alla strada. E in questi giorni di fine agosto, quando il ritmo cittadino rallenta ma non si ferma, il tema torna ad avere tutto il peso di una emergenza sociale che non conosce stagione.
Per approfondire: Repubblica Milano