In Lombardia il ricorso al privato continua a pesare sulle famiglie, e il fenomeno non riguarda soltanto i casi più urgenti o le prestazioni specialistiche complesse. Il punto, ancora una volta, è l’accesso ordinario a visite ed esami: quando il sistema pubblico allunga i tempi, molti cittadini finiscono per rinunciare all’appuntamento tramite Servizio sanitario nazionale e si orientano verso soluzioni a pagamento.

È questa la fotografia che emerge da un report sulle prescrizioni mediche per visite ed esami, che mette in evidenza un dato eloquente: una quota molto alta delle ricette rosse non si traduce in una prenotazione con il ticket. In pratica, la prescrizione del medico resta spesso sulla carta, mentre la scelta finale va verso il privato, spesso per evitare attese giudicate incompatibili con i propri tempi di vita e di lavoro.

Per chi vive a Milano, il tema è particolarmente concreto proprio in questo periodo di rientro di settembre. Con l’autunno alle porte, ripartono agende, scuole, turni in ufficio e spostamenti quotidiani, e anche una visita specialistica può diventare un impegno difficile da incastrare. Il problema non è solo sanitario, ma anche organizzativo: una prestazione fissata troppo in là può significare un’assenza dal lavoro, una giornata persa, oppure la scelta di pagare per accorciare i tempi.

Il report segnala che nel 2025 oltre sedici milioni di richieste inserite dai medici non si sono trasformate in appuntamenti nel circuito del Servizio sanitario regionale. Un numero che aiuta a capire la distanza tra il bisogno espresso dal medico e la risposta effettiva del sistema. Non tutte le prescrizioni hanno lo stesso grado di urgenza, ma la mole delle richieste non evase racconta una difficoltà strutturale che tocca sia Milano sia l’hinterland, dove i tempi di accesso possono essere altrettanto pesanti.

In questo scenario, il ticket resta solo una parte del problema. Per molte famiglie il costo di una prestazione privata non è solo economico, ma anche sociale: significa anticipare spese, rinunciare a una spesa familiare o scegliere tra salute e altre necessità. Eppure, per chi ha bisogno di una risposta rapida, il privato viene vissuto come un’alternativa obbligata più che come una preferenza.

La questione si intreccia anche con la mobilità quotidiana. A Milano e nei comuni vicini, prenotare una visita può voler dire attraversare mezza area metropolitana, coordinare mezzi pubblici, orari e disponibilità di parenti o colleghi. Quando il sistema appare lento o frammentato, l’effetto è quello di spingere ancora di più verso un mercato parallelo delle cure, accessibile solo a chi può permetterselo.

Il report rilancia così un tema noto ma mai risolto fino in fondo: la tenuta del servizio pubblico come garanzia universale. Se una quota così ampia di prescrizioni non si traduce in visite o esami nel circuito convenzionato, il rischio è che la sanità pubblica perda progressivamente la sua funzione di primo riferimento, soprattutto per chi non ha margini economici.

Per i milanesi che in questi giorni stanno riprendendo il ritmo del lavoro dopo l’estate, il nodo è molto concreto: non basta avere una ricetta, serve poterla usare nei tempi giusti. Ed è proprio lì che si misura la distanza tra il diritto alle cure e la realtà quotidiana di chi prova a prenotare una visita con il sistema pubblico.

Per approfondire: fonte originale Repubblica Milano