A Milano, in piena estate e con la città che rallenta tra ferie, cantieri e serate all’aperto, il tema delle carceri resta tutt’altro che fermo. Dalla casa circondariale di San Vittore arriva un segnale d’allarme che riguarda condizioni di vita, assistenza sanitaria e tenuta complessiva del sistema penitenziario, con uno sguardo che va oltre le mura del carcere e tocca anche Bollate.
A richiamare l’attenzione è Marcello Bortolato, presidente del Tribunale di sorveglianza di Milano, che mette al centro un problema noto ma ancora aperto: la presenza di troppe persone detenute in spazi già sotto pressione. Un sovraffollamento che, nei mesi più caldi, diventa ancora più difficile da gestire per chi lavora all’interno e per chi vive la detenzione giorno dopo giorno.
Il quadro che emerge è quello di una quotidianità segnata da richieste frequenti, spesso legate a cure mancate, farmaci difficili da ottenere, disagio per il caldo e condizioni igieniche non sempre adeguate. È un elenco che racconta una sofferenza ordinaria, fatta di piccoli problemi che, sommati, pesano molto sulla qualità della vita in carcere e sulla possibilità di mantenere un minimo di equilibrio.
In questa stagione, quando Milano si svuota in parte e si riempie di turisti, chi resta in città percepisce ancora di più il contrasto tra il dehors pieno, i parchi frequentati fino a tardi e i luoghi chiusi dove l’aria circola male. Per chi è detenuto, il caldo non è solo un fastidio: può diventare un fattore di rischio, soprattutto quando si somma alla fragilità di persone già provate da problemi di salute o da percorsi giudiziari complessi.
San Vittore è uno dei simboli più noti della giustizia milanese e, proprio per questo, ogni segnale che arriva dal suo interno assume un valore che va oltre il singolo istituto. Il carcere è inserito in un sistema cittadino che comprende magistrati, avvocati, operatori sanitari, educatori e volontari. Quando uno di questi ingranaggi rallenta, si crea un effetto a catena che rende più complicata la gestione di tutta la macchina.
Il riferimento a Bollate è particolarmente significativo. L’istituto, da anni considerato tra quelli più avanzati per impostazione trattamentale, non è immune dalle tensioni del sistema penitenziario. Anche lì, infatti, la tenuta degli standard può essere messa alla prova se aumentano i numeri o se si riducono risorse e spazi per il trattamento individuale. È un promemoria importante per Milano e hinterland: il problema non si risolve spostando il peso da un carcere all’altro.
Le lettere che arrivano ogni giorno al Tribunale di sorveglianza fotografano una richiesta di attenzione molto concreta. Chi scrive parla di farmaci, visite, caldo, insetti, condizioni ambientali difficili. Dietro queste segnalazioni c’è una domanda più ampia: come garantire diritti essenziali in un contesto già delicato, senza trasformare la pena in una forma di abbandono?
Il nodo, per la cronaca milanese, riguarda anche la città fuori dal carcere. In un periodo in cui si parla molto di sostenibilità, salute urbana e qualità degli spazi pubblici, la condizione delle strutture penitenziarie ricorda che il benessere di una comunità si misura anche da come tratta i luoghi meno visibili. Il carcere, spesso lontano dal dibattito quotidiano, resta invece uno dei punti più sensibili del sistema sociale cittadino.
Per Milano, quindi, non è solo una questione giudiziaria ma anche civile. Il messaggio che arriva da Bortolato è chiaro: serve attenzione costante, perché il rischio non riguarda soltanto San Vittore ma l’intero equilibrio del sistema, compresi gli istituti che dovrebbero offrire condizioni migliori e percorsi più efficaci di reinserimento.
Per approfondire: Repubblica Milano