Nel pieno dell’estate, quando molti milanesi approfittano del martedì per rientrare da una gita fuori porta o per cercare un po’ di fresco lungo i fiumi e i laghi dell’hinterland, arriva una vicenda che riporta l’attenzione sulla pesca illegale nelle acque del Po. A Viadana, nel Mantovano, sei persone sono state denunciate dopo un intervento contro un presunto episodio di bracconaggio ai danni del siluro, una specie molto diffusa nei grandi corsi d’acqua della Pianura Padana.

Secondo quanto emerso, il gruppo avrebbe usato uno storditore elettrico per catturare una quantità enorme di pesce, già caricata su due mezzi al momento del controllo. Il materiale recuperato sfiorava la tonnellata ed è stato posto sotto sequestro: sarà distrutto dalla polizia provinciale. Un episodio che mette in luce non solo la dimensione del fenomeno, ma anche il danno ambientale e sanitario che può derivare da pratiche di pesca vietate e prive di qualsiasi rispetto per le regole.

Il pesce siluro, specie aliena introdotta negli ecosistemi italiani da decenni, è ormai presente in molti tratti del Po e dei suoi affluenti. La sua espansione ha modificato gli equilibri naturali e, proprio per questo, la gestione della specie richiede controlli costanti. Ma la lotta al siluro non può trasformarsi in una caccia senza regole: l’uso di strumenti elettrici, oltre a essere vietato, colpisce in modo indiscriminato l’ambiente acquatico e può mettere a rischio anche altre forme di fauna.

Per chi vive a Milano, il caso richiama un tema più ampio, che in estate diventa ancora più attuale: la pressione sulle aree fluviali e sui territori di confine tra città e campagna. Nelle settimane calde, infatti, aumentano le uscite verso il Ticino, l’Adda, i navigli del territorio e le località del Po, luoghi frequentati da famiglie, sportivi, pescatori dilettanti e turisti in cerca di natura. In questo contesto, il controllo del territorio è decisivo per proteggere gli ecosistemi e garantire che la fruizione sia compatibile con l’ambiente.

La vicenda di Viadana mostra anche quanto sia delicato il rapporto tra attività di sorveglianza e tutela della biodiversità. Le province della fascia padana, spesso attraversate da traffici e spostamenti rapidi, si trovano a fare i conti con episodi che possono sembrare isolati ma che, in realtà, raccontano una rete più ampia di sfruttamento illegale delle risorse naturali. Per questo i controlli lungo il Po restano centrali, soprattutto nei mesi più frequentati e nelle giornate in cui il fiume diventa meta di svago e di lavoro per molte persone.

La denuncia dei sei indagati e il sequestro del pescato chiudono un capitolo di cronaca che intreccia legalità, ambiente e sicurezza alimentare. Ma lasciano aperta una domanda più ampia: come difendere davvero i fiumi lombardi da chi li considera soltanto una risorsa da saccheggiare? In una stagione in cui Milano cerca spazi all’aperto e mobilità più sostenibile, la risposta passa anche dalla difesa dei territori d’acqua che circondano la città e ne fanno parte.

Per approfondire: fonte originale Repubblica Milano.