Nel giorno dell’anniversario dell’omicidio di Carlo Alberto Dalla Chiesa, l’aula del processo sulle mafie nel Nord ha assunto un significato che va oltre la cronaca giudiziaria. A Milano, in un giovedì di settembre che segna il ritorno alla routine cittadina tra scuole, uffici e spostamenti più serrati, la presenza di Nando Dalla Chiesa e della sorella Rita ha riportato al centro un tema che la città conosce bene: la lotta alle infiltrazioni criminali non è una questione lontana, ma riguarda da vicino il tessuto economico e sociale del territorio.
Il sociologo, figlio del generale ucciso a Palermo nel 1982, ha contestato con parole nette l’idea che la mafia sia un fenomeno confinato al Mezzogiorno. Una lettura del genere, ha ribadito in sostanza, finisce per sminuire la memoria del padre e di chi ha pagato con la vita l’impegno contro Cosa nostra. Una posizione che si intreccia con il senso stesso del processo, nato per fare luce su presunti intrecci mafiosi anche nelle regioni settentrionali e per verificare quanto le organizzazioni criminali abbiano saputo radicarsi lontano dai territori d’origine.
La replica arrivata dal Consiglio superiore della magistratura, che ha chiarito di non aver mai sostenuto un’impostazione del genere, ha aggiunto un tassello alla polemica, senza però spostare il punto centrale: in Lombardia il contrasto alle mafie è diventato negli anni una parte stabile della cronaca civile. Milano e il suo hinterland, con cantieri, logistica, ristorazione, servizi e movimenti di denaro particolarmente intensi, restano contesti osservati con attenzione dagli inquirenti e dalla società civile.
Il richiamo di Nando Dalla Chiesa arriva in una fase dell’anno in cui la città riparte a pieno ritmo. Settembre è il mese del rientro e dei flussi quotidiani che tornano a riempire mezzi pubblici, strade e stazioni: una normalità che rende ancora più evidente quanto la presenza criminale possa insinuarsi nei settori più ordinari della vita urbana. Ed è proprio in questa dimensione, meno spettacolare ma più profonda, che si colloca il dibattito sulle mafie al Nord.
La giornata in aula, dunque, non ha avuto solo il valore di un’udienza, ma anche quello di un momento simbolico. Per chi a Milano segue da anni i temi della legalità, il nome Dalla Chiesa continua a rappresentare una memoria pubblica che chiede rigore, attenzione e continuità. La presenza dei familiari del generale ha dato forza a un messaggio preciso: ridurre la mafia a una geografia è un errore culturale prima ancora che giudiziario.
In questo senso, la vicenda racconta bene il clima di queste settimane in città. Tra la ripresa delle attività scolastiche e lavorative, la ripartenza della cultura e le questioni pratiche legate alla mobilità quotidiana, Milano torna a interrogarsi anche sulla qualità della propria convivenza civile. E tra le emergenze meno visibili, ma più insidiose, resta quella di un crimine organizzato capace di muoversi dove ci sono opportunità, appalti, denaro e relazioni da sfruttare.
Per approfondire: Repubblica Milano