Milano perde una figura che, negli ultimi anni, ha saputo unire ironia, attenzione civile e sensibilità linguistica. È morta Valentina Falco, la creatrice della pagina La donna a caso, un progetto nato per segnalare e correggere un’abitudine ancora fin troppo diffusa nei titoli e nei testi: quella di omettere il nome delle donne, di ridurle a ruoli generici o di descriverle in modo approssimativo, quasi che l’identità femminile fosse un dettaglio accessorio.
La sua attività era diventata un piccolo presidio culturale molto seguito anche da lettori milanesi, in particolare da chi osserva con attenzione il linguaggio dei media, dei social e delle istituzioni. Con una modalità semplice ma incisiva, Falco interveniva su articoli, post e titoli che cancellavano il nome delle protagoniste, mettendo in evidenza quanto le parole contribuiscano a costruire – o a impoverire – il racconto pubblico.
Il progetto era nato anche in relazione all’impegno di Michela Murgia, con cui la riflessione sul linguaggio aveva trovato una forte risonanza. Nel tempo, La donna a caso è diventata molto più di una pagina social: un osservatorio sul modo in cui il giornalismo, la comunicazione e la cronaca trattano la presenza femminile. Un tema che a Milano, città di redazioni, università, associazioni e nuovi linguaggi digitali, ha trovato ascolto soprattutto tra chi lavora ogni giorno con le notizie e con le parole.
La scomparsa di Falco arriva in un momento dell’anno in cui la città rallenta e si svuota, ma continua a vivere di informazioni condivise online, tra chi resta in città per lavoro e chi si muove tra partenza e ritorno, tra eventi serali e giornate più lente. Anche in questa stagione, il dibattito su come raccontare le persone non perde attualità: il nome, il cognome, la precisione lessicale non sono dettagli formali, ma elementi che restituiscono dignità e riconoscimento.
Nel suo lavoro c’era una forma di cura rara, perché non si limitava a contestare un errore: invitava a prendere sul serio la rappresentazione delle donne nello spazio pubblico. In un panorama informativo spesso rapido, uniforme e distratto, il suo gesto ricordava che la cronaca non è solo questione di fatti, ma anche di come quei fatti vengono nominati. E nominare, nel racconto civile, significa esistere.
Per chi segue la vita pubblica milanese, il suo messaggio resta attuale anche nel fine settimana imminente, quando l’attenzione si sposta più facilmente verso tempo libero, spettacoli e mobilità estiva. Proprio allora emerge con più forza quanto il linguaggio continui a incidere sulla qualità dell’informazione: dire chi è una persona, invece di nasconderla dietro una formula generica, è un atto minimo ma decisivo di rispetto.
Falco lascia un segno che va oltre la dimensione social. Il suo lavoro ha contribuito a rendere più visibile un problema diffuso, e lo ha fatto con intelligenza, leggerezza e fermezza. Un invito che resta valido per giornali, siti, istituzioni e per chiunque scriva: guardare meglio, scegliere meglio, chiamare le cose con il loro nome.
Per approfondire: Repubblica Milano