In un martedì di rientro, quando Milano torna a riempirsi di zaini, abbonamenti e appuntamenti rimessi in fila dopo l’estate, le immagini di Maurizio Galimberti sembrano intercettare una domanda molto attuale: che cosa resta della città quando l’orizzonte si alza e i nuovi volumi di vetro e acciaio rischiano di appiattirne il carattere?
Il fotografo racconta una Milano che non si lascia ingabbiare del tutto dall’idea di modernità. Nei suoi scatti, i simboli urbani non sono semplici cartoline ma oggetti vivi, scomposti e ricomposti in una visione che trasforma la città in un mosaico. La Torre Velasca, il Duomo, la Triennale, il Pirellone: luoghi molto diversi tra loro, ma uniti da una presenza quasi magnetica, che resiste alla tentazione di diventare sfondo anonimo.
È qui che si vede il senso più forte del suo lavoro. Galimberti non si limita a fotografare Milano: la interroga. Usa un linguaggio che richiama il movimento, la frammentazione, la velocità metropolitana, ma allo stesso tempo restituisce centralità ai segni storici e architettonici che hanno costruito l’identità cittadina. Il risultato è uno stile riconoscibile, quasi futurista, capace di restituire una città pulsante e stratificata.
In una fase in cui l’area metropolitana continua a cambiare volto e la discussione pubblica si concentra spesso su nuovi quartieri, torri e grandi operazioni immobiliari, questa chiave di lettura arriva con particolare forza. Milano vive da anni una tensione continua tra slancio verso l’alto e bisogno di non perdere memoria. Ed è proprio in questa frattura che si inserisce l’occhio di Galimberti, che sembra voler ricordare come l’identità di una città non dipenda solo dalle linee del presente, ma anche dalla capacità di riconoscere i propri simboli.
Per chi in questi giorni torna a spostarsi tra centro e periferia, tra uffici, università e scuole, l’effetto è quasi quello di uno specchio. La città attraversata ogni mattina sui mezzi, osservata dal finestrino o camminando tra cantieri e piazze, appare spesso rapida, funzionale, persino dura. Eppure continua a offrire punti fermi, luoghi che resistono allo scorrere del tempo e che, proprio per questo, diventano ancora più preziosi nel cambio di stagione.
La forza delle immagini sta anche nel loro carattere frammentato. Non cercano la Milano patinata né quella consolatoria, ma una città fatta di sovrapposizioni, contrasti e geometrie. In questo senso, il lavoro di Galimberti parla bene anche al presente: a un’autunno che riporta i milanesi nella routine e li costringe a fare i conti con il ritmo serrato della metropoli, ma anche con il bisogno di riconoscersi in ciò che la rende unica.
Che si tratti di una facciata storica o di una torre simbolo della modernità del dopoguerra, la città fotografata da Galimberti mantiene una sua voce. E forse è proprio questa la lezione più attuale: a Milano il futuro non ha senso se cancella il passato, mentre acquista valore quando riesce a dialogare con ciò che c’era prima.
In un momento in cui il rientro rimette al centro mobilità, lavoro e vita culturale, queste immagini offrono una pausa di osservazione. Ricordano che la città non è solo ciò che costruisce, ma anche il modo in cui sa guardarsi, raccontarsi e difendersi dall’omologazione.
Per approfondire: Repubblica Milano