In piena estate milanese, tra serate all’aperto, piazze che si riempiono dopo il tramonto e una città che cerca un po’ di leggerezza sotto il caldo di luglio, c’è spazio anche per un personaggio come Lunanzio: surreale, eccentrico, impossibile da incasellare. Dietro quel nome c’è Loris Fabiani, che racconta il suo alter ego come una creatura teatrale capace di moltiplicare la realtà, di spingerla oltre il quotidiano, quasi fosse una versione “al cubo” delle nostre contraddizioni.
Il punto di partenza è il palco, ma il confine con la vita di tutti i giorni resta volutamente sfocato. Lunanzio non è solo una maschera comica: è un modo di guardare il mondo, di deformarlo con intelligenza e di trasformare il disordine in linguaggio scenico. In un periodo in cui Milano vive di appuntamenti serali, spettacoli nei cortili, rassegne nei quartieri e pubblico in cerca di evasione senza allontanarsi troppo dalla città, questo tipo di racconto trova un terreno particolarmente fertile.
Fabiani insiste sul valore dell’immaginazione e su una comicità che non punta soltanto alla battuta facile. Lunanzio nasce come figura che esaspera gesti, toni e pensieri, ma proprio per questo riesce a parlare anche di fragilità, desideri e piccoli automatismi della vita contemporanea. La sua forza sta nel portare in scena l’assurdo senza separarlo del tutto dal reale: il pubblico ride, ma riconosce qualcosa di sé in quel movimento continuo tra eccesso e verità.
È un approccio che si presta bene a una città come Milano, dove la produzione culturale vive spesso di sperimentazione e velocità, ma anche di una domanda crescente di contenuti accessibili, dinamici e capaci di sorprendere. In estate, quando molte persone cercano occasioni di svago dopo il lavoro o nei giorni di pausa, il teatro e i linguaggi ibridi diventano una risposta concreta alla voglia di stare insieme senza rinunciare alla qualità.
Nel racconto di Lunanzio c’è anche un tratto molto contemporaneo: il personaggio non si limita a recitare, ma costruisce un mondo. È una postura che ricorda certi meccanismi della comunicazione di oggi, dove identità, voce e stile diventano parte dello spettacolo. La differenza, però, è che qui l’artificio non serve a nascondere, bensì a rivelare. Il paradosso è proprio questo: più il personaggio sembra lontano dal quotidiano, più finisce per parlarne.
Per chi vive Milano in questi giorni di luglio, tra ferie imminenti, traffico che cambia ritmo e quartieri che si animano di sera, il successo di figure come Lunanzio dice qualcosa anche sul bisogno di leggerezza intelligente. Non solo intrattenimento, ma un modo per rimettere in circolo energia, ironia e desiderio di ascolto. E in una stagione in cui la città si scopre più aperta e più lenta, il teatro può tornare a essere uno spazio prezioso di incontro.
Il personaggio di Fabiani funziona proprio perché non cerca di somigliare a nessuno. È un alter ego che vive di slanci, invenzioni e trasformazioni continue, e che trova nella scena la sua forma più naturale. Un piccolo laboratorio di fantasia che, in fondo, racconta anche Milano: una città che sa cambiare tono, mescolare registri e reinventarsi, soprattutto quando l’estate invita a stare fuori e a lasciarsi sorprendere.
Per approfondire: Repubblica Milano