La basilica di Sant’Ambrogio ha accolto questa mattina un saluto carico di emozione per don Antonio Mazzi, figura che per anni ha intrecciato Milano, il suo disagio sociale e la speranza di un riscatto possibile. In un lunedì d’agosto, quando la città rallenta tra partenze, ferie e un centro più silenzioso del solito, la cerimonia ha richiamato centinaia di persone: ragazzi, collaboratori storici, volti noti e semplici cittadini venuti a rendere omaggio a una presenza che ha segnato un pezzo di cronaca milanese.
Il clima all’esterno della basilica era quello dei giorni in cui Milano sembra sospendere il ritmo abituale, ma dentro e attorno a Sant’Ambrogio l’atmosfera era tutt’altro che ferma. C’erano i ragazzi cresciuti nei percorsi educativi e di recupero legati al sacerdote, chi lo ha affiancato per anni nel lavoro quotidiano e chi lo aveva conosciuto attraverso il suo modo diretto, spesso provocatorio, di parlare alla città. Anche alcuni rappresentanti del mondo delle istituzioni e della società civile hanno voluto esserci, a testimoniare un legame che oltrepassa il confine della semplice memoria.
Il ricordo di don Mazzi, infatti, non si esaurisce nell’immagine del funerale. A Milano il suo nome resta associato a un’idea concreta di impegno: aprire porte, costruire occasioni, offrire una seconda possibilità a chi rischiava di restare ai margini. È questo il tratto che molti hanno richiamato nelle parole di commiato, insieme alla sua capacità di parlare senza filtri e di farsi ascoltare anche quando il messaggio era scomodo.
Tra i banchi della basilica sono emersi racconti diversi ma ugualmente riconoscibili: la severità unita all’ironia, la disponibilità a discutere ma anche a sfidare i suoi interlocutori, la convinzione che la solidarietà non debba mai diventare una formula astratta. Una sua storica collaboratrice, tra le voci più affezionate, ha affidato al saluto finale una battuta affettuosa e insieme intensa, quasi a riassumere il rapporto fatto di confidenza, rispetto e familiarità che in tanti hanno vissuto con lui.
Il momento più toccante è arrivato quando il feretro ha lasciato la basilica accompagnato da un ultimo omaggio musicale, in un contrasto che ha unito dolore e riconoscenza. Le note dei Nomadi hanno scandito l’uscita, trasformando il commiato in un passaggio collettivo, quasi un invito a non chiudere il capitolo ma a proseguirlo nelle forme del presente. In una giornata di piena estate, con la città che tende a svuotarsi e a guardare altrove, quel saluto ha riportato al centro una domanda molto milanese: cosa resta davvero di chi ha provato a cambiare le cose dal basso?
La risposta, per chi era presente, sembra stare proprio nelle parole che hanno accompagnato la cerimonia: continuare ad aprire strade. Non come formula celebrativa, ma come impegno concreto da raccogliere dopo il rito, dentro una città che anche in agosto porta con sé fragilità, solitudini e nuove povertà. Ed è forse questo il senso più forte di una mattinata che ha unito affetto popolare e riconoscenza pubblica: ricordare don Mazzi significa misurarsi con il suo lascito, e con la responsabilità di non lasciarlo scivolare via insieme alla cerimonia.
Per approfondire: Repubblica Milano