Riaprire un tratto dei Navigli tra San Marco e l’Incoronata non è più soltanto un esercizio da urbanisti o un’idea da album dei desideri milanesi. Il tema torna nel dibattito sulla città proprio mentre l’estate spinge molti a vivere Milano in modo diverso, tra passeggiate serali, percorsi pedonali e ricerca di spazi freschi e più gradevoli da attraversare. E in questo scenario l’acqua, a Milano, resta un simbolo potentissimo.
Il progetto, rimasto per anni nel cassetto, rientra ora tra gli indirizzi discussi nel Piano del paesaggio, che prova a disegnare la Milano di domani partendo dalla qualità urbana e dal rapporto tra gli spazi pubblici e la rete storica dei canali. L’idea è tutt’altro che semplice, perché i tratti interessati si trovano in una zona delicata del centro, dove convivono sottoservizi, traffico, vincoli architettonici e esigenze di sicurezza. Ma proprio per questo la riapertura del canale viene letta da molti come una prova di maturità per la città.
Dal punto di vista tecnico, l’intervento non appare impossibile. I passaggi più complessi riguardano l’assetto sotterraneo, la gestione delle interferenze con le infrastrutture esistenti e la necessità di coordinare più livelli di progettazione. Il costo, come è facile immaginare, sarebbe importante. Eppure l’ipotesi viene considerata fattibile, almeno sul piano ingegneristico, se accompagnata da una visione chiara e da un percorso di medio periodo.
Per Milano, il ritorno dell’acqua in centro non avrebbe solo un valore paesaggistico. In un’estate in cui si cerca ombra, ventilazione naturale e luoghi dove sostare anche dopo il tramonto, un canale riaperto potrebbe cambiare la percezione di alcune vie, rafforzare la continuità pedonale e restituire leggibilità a un pezzo di città che conserva ancora una memoria idraulica molto forte. Il richiamo ai Navigli storici non è soltanto nostalgico: riguarda anche il modo in cui una metropoli densa prova a diventare più vivibile.
Restano però i nodi politici e amministrativi, che in casi come questo contano almeno quanto quelli costruttivi. Interventi di tale portata richiedono tempi lunghi, risorse consistenti e una regia capace di mettere insieme esigenze diverse: tutela del patrimonio, mobilità, commercio, residenti e qualità dello spazio pubblico. È anche per questo che, negli anni, l’idea ha alternato fasi di forte entusiasmo ad altre di evidente rallentamento.
Il fascino del progetto sta proprio nella sua capacità di parlare a pubblici diversi. Per alcuni rappresenta il recupero di un frammento perduto della Milano storica; per altri un’operazione urbanistica utile a valorizzare il centro e ad attrarre più visitatori; per altri ancora, più concretamente, un’occasione per immaginare una città meno dura e più armonica nei suoi percorsi quotidiani. In ogni caso, il ritorno del tema segnala che il rapporto tra Milano e i suoi Navigli non è mai stato davvero chiuso.
Nelle prossime settimane il confronto proseguirà nel solco della pianificazione urbana e della discussione pubblica. Se davvero si vorrà passare dall’idea al cantiere, servirà un equilibrio difficile: tenere insieme desiderio e fattibilità, memoria e presente, immaginazione e conti. Ma il fatto che il progetto sia tornato al centro del dibattito indica che, almeno sul piano culturale, la riapertura di San Marco e dell’Incoronata non è più un sogno fuori scala.
Per approfondire: Repubblica Milano, cronaca, 25 luglio 2026.