Dieci anni dopo, il caso dei cosiddetti “golden rats” continua a occupare un posto speciale nella cronaca milanese: una rapina pianificata con pazienza, un tunnel scavato sotto viale Regina Giovanna e un assalto al caveau che all’epoca fece parlare tutta la città. Oggi, mercoledì 12 agosto, mentre Milano vive il ritmo più lento dell’estate tra uffici semivuoti, partite di ferie e serate all’aperto, quella vicenda torna a ricordare quanto certosina e sorprendente possa essere la criminalità organizzata quando punta a colpi ad alto valore.
Il nome con cui il gruppo è entrato nel linguaggio giornalistico richiama un’immagine quasi da film: “golden rats”, i ratti d’oro, una banda capace di muoversi nel sottosuolo della città per arrivare al bersaglio. Secondo la ricostruzione emersa nel tempo, il piano ruotava attorno a uno scavo realizzato sotto una delle aree più trafficate della zona di Porta Venezia, con l’obiettivo di penetrare nell’istituto di credito e arrivare al caveau senza attirare attenzioni immediate. Una strategia che ha alimentato per anni interrogativi su mezzi, organizzazione e reti di appoggio.
Il colpo alla Popolare di Novara, avvenuto nel 2016, è rimasto nella memoria per la scala dell’operazione e per il bottino milionario che sarebbe stato sottratto. Non si trattava di una rapina improvvisata, ma di un lavoro preparato nei dettagli, con tempi lunghi e una conoscenza accurata del contesto urbano. Proprio questo aspetto rende il caso ancora più emblematico per Milano: una metropoli dove la densità dei cantieri, dei sottoservizi e dei movimenti quotidiani può diventare, per chi delinque, una copertura preziosa.
In questi dieci anni, la storia ha continuato a circolare come uno dei grandi misteri della cronaca cittadina. L’assenza di un colpevole riconosciuto, o comunque di una piena chiusura giudiziaria condivisa nell’immaginario pubblico, ha lasciato aperta la sensazione di un colpo quasi perfetto. Eppure, proprio i furti e le rapine più sofisticati mostrano spesso il lato più fragile: nessuna operazione è davvero invisibile, soprattutto in una città che cambia velocemente, si controlla di più e oggi dispone di strumenti investigativi molto più avanzati rispetto al passato.
La vicenda dei “golden rats” si inserisce anche in una stagione in cui Milano, tra caldo e vacanze, si svuota solo in apparenza. Il centro resta vivo di turisti, lavoratori in transito e residenti che non sono partiti; nei quartieri, invece, l’attenzione alla sicurezza si intreccia con la normale voglia di leggerezza estiva. È un contrasto tipico di agosto: da una parte i dehors pieni, i parchi e i Navigli frequentati la sera, dall’altra la memoria di episodi che ricordano come la cronaca nera continui a muoversi sotto la superficie della città.
Resta il fatto che un tunnel sotto una delle zone più note di Milano, con un obiettivo tanto ambizioso, continua a colpire per la sua audacia quasi cinematografica. Ed è probabilmente questa combinazione di ingegno, rischio e mistero a mantenere vivo l’interesse attorno al caso. Per molti milanesi, più che un semplice fatto di cronaca, è diventato il simbolo di una stagione in cui il sottosuolo della città sembrava raccontare una storia parallela, fatta di scorciatoie illegali e di un bottino milionario che, a distanza di anni, non ha ancora trovato un volto definitivo.
Per approfondire: la fonte originale di Repubblica Milano