In un lunedì d’agosto, quando Milano rallenta tra uffici semivuoti, partite prenotate all’ultimo e quartieri che si svuotano a ondate, c’è ancora spazio per una storia che mescola indagine, memoria e dettagli apparentemente secondari. È il caso degli Studi di Erminia, la nuova tappa di un racconto ambientato nel capoluogo lombardo che parte da un omicidio e si addentra nei suoi lati più opachi.

Al centro della vicenda c’è Comaschi, impegnato a ricostruire il filo dell’omicidio Gotti. La pista, come spesso accade nelle storie investigative, non si esaurisce nei fatti più evidenti: a catturare l’attenzione è anche un ritratto appeso in casa del docente ucciso, una fotografia che sembra marginale ma che invece porta verso l’identità dell’uomo raffigurato. È proprio lì che l’inchiesta cambia passo, spostando il baricentro dalla scena del delitto agli ambienti frequentati dalla vittima, ai suoi legami e a ciò che custodiva tra le pareti domestiche.

Il riferimento al rasoio di Occam, nel titolo, suggerisce una tensione narrativa precisa: la spiegazione più semplice non basta, oppure non è quella giusta. E in una Milano che anche d’estate vive di contrasti — tra turismo, cantieri, musei aperti, locali all’aperto e il rientro graduale di chi ha lasciato la città per qualche giorno — questo tipo di enigmi trova terreno fertile. Perché dietro un appartamento, un ritratto, una stanza o un nome possono nascondersi storie molto più complesse di quanto sembri a prima vista.

La forza del racconto sta proprio nel suo procedere per indizi minimi, in quella zona grigia dove un dettaglio d’arredo diventa una chiave interpretativa. Il lettore è accompagnato dentro una Milano che non è solo scenario, ma parte attiva dell’intreccio: una città che conosce bene il peso degli interni borghesi, degli studi universitari, delle relazioni intellettuali e dei segreti custoditi in spazi privati. Anche per questo il caso Gotti non appare come un semplice fatto di cronaca nera, ma come una storia di ambienti, biografie e identità da decifrare.

Nel pieno dell’estate, quando il ritmo urbano tende a farsi più lento ma non meno vigile, l’idea di un’indagine che si costruisce su una fotografia assume quasi un valore simbolico. Le città, soprattutto a agosto, mostrano ciò che resta quando il rumore diminuisce: oggetti, tracce, presenze. E Milano, con la sua attitudine a nascondere e rivelare nello stesso tempo, diventa il luogo ideale per una trama che invita a non fermarsi alla prima lettura dei fatti.

Gli Studi di Erminia si inseriscono così in una tradizione narrativa che unisce cronaca e investigazione, facendo leva su un dettaglio visivo per aprire una catena di domande. Chi è davvero l’uomo del ritratto? Perché si trova proprio lì? E quale rapporto lega quell’immagine alla morte del docente? Sono interrogativi che tengono insieme il mistero e la città, la stanza chiusa e il paesaggio urbano che le gira intorno.

Per approfondire: Repubblica Milano