In un sabato d’estate in cui Milano si svuota a tratti e si ripopola la sera, tra chi resta in città e chi cerca un po’ di frescura nei luoghi della cultura, Palazzo Sormani diventa il palcoscenico di un monologo che punta a scardinare un luogo comune ancora molto radicato: l’idea che la menopausa segn i l’ingresso in una stagione di marginalità per le donne.

Con il suo spettacolo, Gianna Coletti affronta il tema con leggerezza solo apparente e con una sincerità che arriva subito al pubblico. Il punto di partenza è netto: la menopausa non come fine, né come fase da nascondere, ma come passaggio della vita da raccontare senza imbarazzi e senza il filtro dei cliché. Un messaggio che in estate, quando il corpo è più esposto, il ritmo della città cambia e il tempo libero si sposta spesso all’aperto, risuona con particolare forza.

Il monologo si muove tra ironia, osservazione sociale e autoconsapevolezza. Coletti usa il teatro come strumento per ribaltare una narrazione ancora troppo spesso stereotipata, quella che associa l’età adulta delle donne a un progressivo arretramento sulla scena pubblica e privata. Al contrario, lo spettacolo restituisce dignità, complessità e persino vitalità a una fase che riguarda milioni di persone, ma che nel dibattito quotidiano resta spesso raccontata male o, peggio, taciuta.

La scelta di Palazzo Sormani non è casuale. In uno dei luoghi simbolici della cultura milanese, lo spettacolo si inserisce in quella rete di appuntamenti estivi che tengono viva la città anche nei mesi più caldi, quando molti spazi chiudono o rallentano e l’attenzione si sposta su iniziative serali, incontri e proposte accessibili a chi rimane in città. Per chi vive Milano in questo periodo, il teatro può diventare anche una forma di respiro: un modo per fermarsi e ascoltare storie che parlano della realtà senza schermi.

Il tono è diretto, talvolta spiazzante, ma sempre orientato a smontare la “bufala” secondo cui una donna, con la menopausa, dovrebbe farsi da parte. Al centro c’è invece l’idea opposta: la maturità non cancella identità, desideri, relazioni e presenza civile. È una prospettiva che si lega bene a una città come Milano, dove il tema del benessere, della cura di sé e della qualità della vita attraversa generazioni diverse e tocca anche il modo in cui si pensa il lavoro, il tempo libero e la partecipazione alla vita pubblica.

Proprio perché arriva in un momento dell’anno in cui il calendario culturale si fa più fluido e il pubblico cerca proposte originali, il monologo di Coletti si distingue come un’occasione per affrontare un tema spesso relegato alla sfera privata. Qui, invece, la dimensione personale diventa collettiva: un racconto che parla di corpo, età e libertà, ma anche di come Milano stia cambiando nel modo in cui ospita e ascolta le storie delle donne.

Per approfondire: Repubblica Milano